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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In un recente intervento di una parlamentare ho sentito questa frase: “Non vorrei che nessuna donna che in questo momento VORREBBE abortire si sentisse attaccata da questo stato”. Si tratta di un intervento emotivamente concitato, per√≤ l’uso del condizionale non mi convince, per via della sfumatura ipotetica. Cosa ne pensate, √® accettabile?

 

RISPOSTA:

Il condizionale nella relativa di questa frase non è accettabile, ma va sostituito con il congiuntivo imperfetto: la relativa, infatti, è fortemente attratta dal modello della proposizione ipotetica (che in questo momento volesse abortire = se in questo momento volesse abortire).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

L’analisi logica delle seguenti frasi √® corretta?
“Sono stato sottoposto a visita medica”.
Sono stato sottoposto = predicato verbale;
a visita medica: complemento predicativo del soggetto (o di fine).

“La casa √® in fiamme”.
La casa = soggetto;
è = pred. verbale;
in fiamme = complemento di stato in luogo figurato.

Nella frase “Ho dato una casa in affitto”, il complemento¬†in affitto¬†pu√≤ considerarsi complemento di qualit√†?

 

RISPOSTA:

A visita medica¬†pu√≤ essere considerato soltanto complemento di termine, mentre¬†in affitto¬†potrebbe essere classificato come complemento di fine. Entrambe queste etichette, per√≤, risultano forzate: l’analisi logica, infatti, non funziona bene con espressioni come¬†sottoporre a visita, o¬†dare in affitto¬†(ma anche¬†dare ascolto,¬†fare il proprio ingresso,¬†prendere una decisione,¬†mettere in campo¬†e tante altre). Queste espressioni, che sono dette¬†costruzioni a verbo supporto, consentono di veicolare un significato verbale attraverso un sintagma nominale o preposizionale, grazie all’unione di questo sintagma con un sintagma verbale desemantizzato (cio√® privato di un significato proprio). Il modo migliore di analizzare queste espressioni sarebbe, quindi, considerarle insieme, come predicati nominali, cio√® predicati in cui la parte predicativa non √® il verbo ma il nome. Tale opzione, per√≤, non √® prevista dall’analisi logica (ma √®, invece, prevista nell’ambito della grammatica valenziale).
La prova che le costruzioni a verbo supporto siano espressioni unitarie è che molte di queste possono essere parafrasate con un verbo: sottoporre a visita = visitare (e, quindi, essere sottoposto a visita = essere visitato), dare in affitto = affittare (come anche prendere in affitto = affittare), prendere una decisione = decidere ecc. Per le costruzioni che non corrispondono a singoli verbi vale lo stesso principio, con la differenza che, banalmente, nella lingua non esiste (ancora) un verbo con quel significato.
Per¬†essere in fiamme¬†il discorso √® diverso:¬†in fiamme¬†non √® un luogo figurato n√© una situazione che racchiude la casa; √®, piuttosto, un modo di essere temporaneo della casa (corrisponde pi√Ļ o meno all’aggettivo¬†infuocata). Ne deriva che¬†√®¬†√® copula e¬†in fiamme¬†√® parte nominale del predicato nominale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Guardando un video di una docente di inglese e di comunicazione aziendale mi sono sorti dei dubbi sull’uso del congiuntivo. Riporto tre frasi di cui non capisco la costruzione.
1. Avevo distribuito volantini a tutti i ristoranti che mi capitassero di trovare.
2. Vi do tre consigli per gestire le telefonate di un cliente che parli inglese.
3. Mi è capitato che di fronte alla telefonata di un cliente che parlasse inglese.
Io nel primo e terzo caso avrei usato l’imperfetto, nel secondo il presente. Non ho fatto il liceo, ma un istituto professionale e faccio sempre molta fatica a capire casi come questo, anche studiando la grammatica di riferimento.

 

RISPOSTA:

In effetti i tempi usati dalla docente nelle frasi sono quelli che avrebbe usato lei, che sono anche quelli corretti: l’imperfetto nella prima e nella terza, il presente nella seconda. Per quanto riguarda il modo congiuntivo, si tratta di una scelta meno comune dell’indicativo nelle proposizioni relative, ma non √®, per questo, scorretto. Nelle frasi in questione nelle proposizioni relative si pu√≤ usare sia l’indicativo sia il congiuntivo, senza che il significato cambi: il congiuntivo rende semplicemente la frase pi√Ļ formale, adatta a un registo pi√Ļ elevato. Si potrebbe pensare che il congiuntivo aggiunga una sfumatura di eventualit√† alla proposizione, ma non √® cos√¨: la sfumatura di eventualit√†, se c’√®, √® veicolata dall’intera frase, non dal modo del verbo della subordinata. Si osservi, infatti, che il congiuntivo √® usato sia nella frase 2, in cui si parla di un cliente che potrebbe parlare inglese, sia nella frase 3, in cui si parla di clienti veramente conosciuti, quindi dei quali √® noto se parlassero inglese o no. Anche nella frase 1, del resto, i ristoranti nei quali sono stati distribuiti i volantini sono stati trovati o no: non c’√® niente di ipotetico in questo processo. Sottolineo, a margine, che nella relativa della frase 1 c’√® un errore sintattico indipendente dal modo verbale usato. La terza persona plurale di¬†capitassero¬†dipende dall’idea che il pronome¬†che, riferito ai ristoranti, sia il soggetto della proposizione relativa; ovviamente, per√≤, non √® cos√¨: il verbo¬†capitare¬†√® usato nella forma impersonale, senza soggetto, e¬†che¬†(riferito ai ristoranti) √® il complemento oggetto di¬†trovare. La forma di¬†capitare¬†da usare √®, quindi, la terza persona singolare¬†capitasse¬†(o¬†capitava, se si vuole usare l’indicativo), che √® la forma richiesta quando il verbo √® impersonale.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

I prefissi come super-, arci-, iper-, ultra- ecc, si possono, indifferentemente, premettere a tutti gli aggettivi qualificativi di grado positivo, oppure seguono delle regole?

 

RISPOSTA:

Questi prefissi formano il superlativo assoluto dell’aggettivo a cui si uniscono; non possono essere usati, pertanto, con gli aggettivi che non ammettono il grado superlativo, ovvero gli aggettivi di relazione (quelli che instaurano una relazione oggettiva tra il nome che determinano e il nome da cui sono derivati) e quelli di grado positivo dal significato superlativo. Tra i primi figurano aggettivi come¬†mattutino,¬†mensile,¬†architettonico; tra i secondi troviamo aggettivi come¬†stupendo,¬†fantastico,¬†meraviglioso. Va detto che molti aggettivi di relazione hanno significati estensivi che ammettono la gradazione; per esempio¬†civile¬†√® di relazione in¬†codice civile¬†‘relativo alle relazioni sociali’ (impossibile *codice supercivile, come anche¬†codice civilissimo), ma indica una qualit√† graduabile in¬†una persona civile¬†‘che si comporta seguendo le regole’ (possibile¬†una persona supercivile, come anche¬†una persona civilissima). Per altri versi, anche gli aggettivi dal significato superlativo ammettono il grado superlativo quando sono usati con un valore enfatico o ironico (in contesti non formali); in questi casi preferiscono unirsi ai prefissi piuttosto che al suffisso¬†-issimo:¬†supermeraviglioso,¬†iperfantastico¬†ecc. (meno comuni¬†meravigliosissimo,¬†fantasticissimo¬†ecc.).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Qual √® l’analisi logica della frase “La mamma difende i cuccioli dalle iene”?

 

RISPOSTA:

La mamma = soggetto;
difende = predicato verbale;
i cuccioli = complemento oggetto;
dalle iene = complemento di svantaggio.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quale delle frasi √® corretta? “Ad un tratto il capo mi dice che se fossi riuscita a svolgere il compito avrei ottenuto un aumento” o “Ad un tratto il capo mi dice che se riuscir√≤ a svolgere il compito otterr√≤ un aumento” o “Ad un tratto il capo mi dice che se riuscissi a svolgere il compito otterrei un aumento”.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono ugualmente corrette, ma rappresentano il riuscire come altamente improbabile (se fossi riuscita), fattuale (se riuscirò), possibile (se riuscissi).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Il periodo “Come si fa ad essere creativi?” pu√≤ considerarsi formato da¬†come si fa¬†= prop. principale/reggente;¬†ad essere creativi¬†= prop. subordinata di fine?

 

RISPOSTA:

Sì.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo
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QUESITO:

Ho trovato queste frasi nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:

(1) ‚ÄúIo c‚Äôavevo guadagnato una Sakura acustica con la paletta in finta madreperla su cui spaccarmi i polpastrelli; lui un partner affidabile e diligente che accompagnasse i suoi assolo‚ÄĚ (p. 33).

Il che prima di accompagnasse è evidentemente un pronome relativo, che, a mio parere, introduce una proposizione dipendente impropria, cioè una proposizione consecutiva. Possiamo, quindi, sostituirlo con tale che? L’uso dell’imperfetto congiuntivo accompagnasse per me dà una sfumatura di un’eventualità, e quindi la sfumatura per me si avvinca a quella di una proposizione finale con il verbo all’imperfetto del congiuntivo.
Se sostituissimo¬†accompagnasse¬†con¬†avrebbe accompagnato¬†sembrerebbe che l’evento successivo sia certo, non pi√Ļ un‚Äôeventualit√†; in quel caso, quindi, la proposizione relativa impropria non avrebbe pi√Ļ la sfumatura finale, ma avrebbe soltanto quella consecutiva: giusto?

Secondo esempio:

(2) ‚ÄúE dato che non c‚Äô√® limite all‚Äôimprudenza, gli avevo lanciato un‚Äôocchiata che un ceffo di tale suscettibilit√† avrebbe di certo interpretato nel peggiore dei modi‚ÄĚ (p. 14).

A mio parere, anche in questa frase il che è un pronome relativo, ma curiosamente Piperno ha usato avrebbe interpretato invece dell’imperfetto del congiuntivo. A mio parere qui il pronome relativo introduce ancora una proposizione relativa impropria con valore consecutivo. A differenza dell’esempio (1), però, mi dicono che interpretasse non sia ammesso. Quindi se fosse così concluderei che la proposizione impropria non può essere una finale dato che le proposizioni finali reggono sempre un verbo al congiuntivo: è giusto?

Terzo esempio:

(3) ‚ÄúGli avevo lanciato un’occhiata che aprisse svariati scenari possibili (che avrebbe aperto svariati scenari possibili)‚ÄĚ.

Mi dicono che cos√¨ sia¬†aprisse¬†sia¬†avrebbe aperto¬†siano accettabili. √ą giusto? Se tutti e due i verbi sono corretti nell‚Äôesempio significa che la proposizione relativa potrebbe essere interpretata sia come finale sia come consecutiva?
Mi domando se sia necessario in una proposizione relativa impropria che l’oggetto a cui fa riferimento il pronome relativo sia il soggetto della dipendente per interpretare la dipendente impropria come una finale.

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa nell’esempio 1 riceve effettivamente dal congiuntivo una sfumatura eventuale, che le fa prendere un significato consecutivo-finale. Quando nella reggente √® descritta un’azione volontaria non √® facile distinguere tra i due valori, perch√© l’evento descritto nella proposizione relativa pu√≤ essere interpretato come la conseguenza o anche come il fine dell’azione della reggente; nella frase in questione, per√≤, nella reggente √® descritta una condizione (lui (ci aveva guadagnato) un partner), per cui si pu√≤ scartare il valore finale, visto che una condizione √® uno stato di fatto privo di finalit√†. La sostituzione di¬†che¬†con¬†tale che in questo caso √® possibile (con l’effetto di trasformare il che a met√† tra il relativo e la congiunzione consecutiva in una congiunzione consecutiva), anche se la sintassi in questo modo diventa poco naturale; con tale sarebbe preferibile la costruzione della consecutiva con l’infinito: , tale da accompagnare i suoi assolo.
Se sostituiamo il congiuntivo imperfetto con il condizionale passato la sfumatura eventuale viene meno e l’evento descritto nella relativa diviene fattuale: con¬†che avrebbe accompagnato i suoi assolo, quindi, si intende descrivere quello che effettivamente sarebbe successo in seguito al verificarsi della condizione della reggente, non quello che sarebbe potuto succedere come conseguenza della condizione descritta nella reggente. Lo stesso avviene se sostituiamo¬†che¬†con¬†tale che:¬†, tale che avrebbe accompagnato i suoi assolo.
Nella frase 2 il condizionale passato indica, come indicherebbe nella 1, che l’evento descritto √® un fatto, non una possibilit√†. Va sottolineato che, trattandosi di un evento successivo, la fattualit√† non pu√≤ che essere immaginata dal parlante, infatti nella frase si legge¬†avrebbe di certo interpretato, cio√® ‘avrebbe – io credevo in quel momento – interpretato’. Il congiuntivo imperfetto non √® affatto impossibile, ma √® strano:¬†un‚Äôocchiata che un ceffo di tale suscettibilit√† interpretasse nel peggiore dei modi¬†√® un’occhiata lanciata con lo scopo di suscitare nel ceffo la reazione peggiore; la relativa, cio√®, prende, per via del congiuntivo, il tipico significato consecutivo-finale. La stranezza dipende dal fatto che il bersaglio dell’azione (un ceffo di tale suscettibilit√†) √® rappresentato come indeterminato, quindi l’azione sarebbe rappresentata come finalizzata a suscitare una certa reazione su un bersaglio indeterminato. La costruzione con il congiuntivo diviene del tutto regolare se si rappresenta il bersaglio come determinato; per esempio:¬†avevo lanciato a quei due un‚Äôocchiata che interpretassero nel peggiore dei modi. L’esempio 3 funziona esattamente come il 2. Per quanto riguarda l’ultima osservazione, non √® cos√¨: il relativo pu√≤ avere varie funzioni nella proposizione che introduce anche quando questa ha un significato consecutivo-finale.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Potreste correggere le seguenti frasi? 
1) Cancellare alla lavagna o la lavagna.
2) Mettere sul piatto o nel piatto, la mozzarella è sul piatto o nel piatto.
3) Vado a nord o al nord.
4) Vado al sud Italia o a sud Italia.

 

RISPOSTA:

Cancellare alla lavagna¬†e¬†cancellare la lavagna¬†sono alternative ugualmente corrette dal significato diverso: la prima significa ‘cancellare ci√≤ che √® scritto alla lavagna’, la seconda ‘cancellare la superficie della lavagna’. La scelta tra¬†mettere sul piatto¬†e¬†mettere nel piatto¬†√® legata al gusto personale: le due varianti sono praticamente equivalenti.¬†A Nord,¬†a Sud¬†ecc. indicano la direzione del moto, mentre¬†al Nord,¬†al Sud¬†ecc. indicano ‘i luoghi che si trovano al Nord / al Sud’. Pertanto¬†vado a Nord¬†significa ‘mi sposto verso Nord’,¬†vado al Nord¬†significa ‘mi sposto nell’area geografica situata a Nord’. Ne consegue che¬†vado a Sud Italia¬†sia quasi inaccettabile, mentre¬†vado al Sud Italia¬†(o anche¬†vado nell’Italia del Sud) va bene, perch√© il Sud Italia non pu√≤ essere una direzione, ma √® una regione geografica.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quale regola bisogna seguire per usare in modo corretto le preposizioni di e da?
1) Vestiti da sposa ma vestiti di scena
2) Errori di o da terza elementare
3) Buono di o da 10 euro

 

RISPOSTA:

Le preposizioni sono parole dal significato vago, per cui possono essere usate in contesti molto diversi, a volte anche apparentemente contraddittori. Pu√≤, inoltre, capitare che due o pi√Ļ preposizioni abbiano usi molto simili tra loro. Nei suoi esempi si vede che¬†da¬†indica prioritariamente una relazione di pertinenza, mentre¬†di¬†indica una relazione di appartenenza (anche figurata): un vestito da sposa, pertanto, √® un vestito che si addice a una sposa, mentre un vestito di scena √® un vestito che appartiene alla scena; un errore da terza elementare √® un errore che si addice a un livello di istruzione corrispondente alla terza elementare, mentre un errore di terza elementare non esiste, perch√© non √® possibile che un errore appartenza a un certo livello di istruzione. Nel terzo esempio la forma preferibile √®¬†da 10 euro, perch√© la relazione tra il buono e il valore economico √® di pertinenza;¬†buono di 10 euro, pur esistente, rappresenta una soluzione meno formale, derivante dalla possibilit√† di considerare la relazione tra il buono e il valore talmente stretta da essere assimilata all’appartenenza.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Il file √® in fase di caricamento”, il complemento¬†in fase di caricamento pu√≤ considerarsi predicativo del soggetto o stato in luogo?¬†L’espressione¬†in sciopero della fame¬†si pu√≤ analizzare cos√¨?
In sciopero = c. di luogo figurato;
della fame = c. di fine

 

RISPOSTA:

La fase di caricamento non è una qualità del file, ma è un processo nel quale si trova il file; si può, quindi, interpretare il sintagma come luogo figurato. Volendo sottolineare che tale luogo si configura come un processo, si può anche sostenere che il complemento sia di moto per luogo.

In sciopero¬†indica una situazione in cui si trova una persona, quindi pu√≤ rientrare nell’idea di stato in luogo figurato;¬†della fame, invece, specifica di che tipo √® lo sciopero, cio√® che cosa lo caratterizza, quindi √® un complemento di specificazione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In “Fattelo spiegare da Giulio”, il complemento¬†da Giulio¬†si pu√≤ considerare un complemento di origine?

 

RISPOSTA:

S√¨. In alternativa, considerando che la costruzione fattitiva (fare¬†+ infinito) √® parafrasabile con quella passiva:¬†io mi faccio spiegare un argomento da Giulio¬†=¬†io faccio in modo che l’argomento mi sia spiegato da Giulio, √® giustificabile anche l’interpretazione del sintagma come complemento d’agente.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

In base a può introdurre un complemento di limitazione?

 

RISPOSTA:

S√¨, per esempio nella frase “In base ai dati, la situazione √® in miglioramento”.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

A) Se ci fosse un libro che mi intrattenesse, lo comprerei.
B) Se ci fosse un libro che mi intratterrebbe, lo comprerei.
C) Se ci fossero delle persone che mi aiutassero, sarei loro riconoscente a vita.
D) Se ci fossero delle persone che mi aiuterebbero, sarei loro riconoscente a vita.

Le frasi col congiuntivo (A e C) mi sembrano senza dubbio corrette.
Il mio dubbio riguarda le frasi B e D, cioè quelle al condizionale.
Secondo me, però, potrebbero avere una loro correttezza grammaticale, immaginando che quel condizionale abbia una protasi implicita:
B) Se ci fosse un libro che mi intratterrebbe (se lo leggessi), lo comprerei.
D) Se ci fossero delle persone che mi aiuterebbero (se mi trovassi in difficoltà), sarei loro riconoscente a vita.

 

RISPOSTA:

Le frasi B e D sono effettivamente scorrette: il condizionale, infatti, non si giustifica in nessun modo, mentre il congiuntivo delle frasi A e C √® attratto dal congiuntivo delle proposizioni reggenti. Anche in presenza di protasi al congiuntivo imperfetto, le proposizioni relative, che sarebbero le apodosi di questi (arzigogolati) periodi ipotetici, sarebbero costruite comunque al congiuntivo. Possibile, invece, l’indicativo, che abbassa leggermente la formalit√† delle frasi:¬†Se ci fosse un libro che mi intrattiene;¬†Se ci fossero delle persone che mi aiutano.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “in risposta alle sue richieste, Le daremo appuntamento per gioved√¨ prossimo” √® corretta la seguente analisi logica?
In risposta alle sue richieste = complem di fine+ attributo;
Le = c. di termine;
daremo = predicato verbale;
appuntamento = c. oggetto;
per giovedì prossimo = c. di tempo determinato + attributo.

 

RISPOSTA:

L’analisi ha un solo problema: il sintagma¬†In risposta alle sue richieste¬†non dovrebbe essere considerato insieme, ma dovrebbe essere diviso in¬†In risposta¬†e¬†alle sue richieste. Di questi due,¬†alle sue richieste¬†√® un complemento di termine, mentre¬†In risposta¬†pu√≤ essere considerato un complemento di fine, se intendiamo il sintagma equivalente a¬†al fine di rispondere, oppure – opzione per me pi√Ļ ragionevole – un complemento predicativo dell’oggetto (che √®¬†appuntamento) se lo consideriamo equivalente a¬†in qualit√† di risposta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

La frase “Dove √® finito il nostro scrupolo e professionalit√†” √® corretta? Ma se ci attenessimo alla regola che vuole il verbo ed eventuali parti variabili al plurale per il numero plurale (“Dove sono finiti i nostri scrupolo e professionalit√†”) sbaglieremmo?

 

RISPOSTA:

Per quanto affini l’uno all’altra, lo scrupolo e la professionalit√† non possono essere considerati un’unica entit√†, mentre gli esempi portati in questa risposta s√¨. A riprova di ci√≤, la frase formulata da lei (con l’accordo del verbo, dell’articolo e dell’aggettivo possessivo solamente con scrupolo)¬†non √® corretta, mentre lo sarebbero frasi come¬†“Mezzogiorno e un quarto per me √® tardi: vediamoci prima”, oppure “Questo pane e formaggio √® buonissimo” (all’opposto, nessun parlante nativo direbbe *”Mezzogiorno e un quarto per me sono tardi: vediamoci prima”, oppure *”Questi¬†pane e formaggio sono buonissimi”).

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Oltre 10.000 soldati avanzarono sul fronte”,¬†oltre¬†si pu√≤ considerare complemento di quantit√†? Nella frase “Ti aspetto da meno di due ore”,¬†da meno di¬†√® una locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

In questa frase¬†oltre¬†si comporta come un avverbio che modifica l’aggettivo numerale¬†10.000; in analisi logica, pertanto, si analizza insieme all’aggettivo come attributo (in questo caso attributo del soggetto). Nella seconda frase la divisione in sintagmi non √® corretta:¬†ti aspetto¬†regge il complemento di tempo continuato¬†da meno, formato con l’aggettivo invariabile¬†meno, che ha qui un valore neutro (significa, cio√®, ‘una quantit√† minore’); tale aggettivo mette, quindi, la quantit√† indicata in relazione con un altro riferimento quantitativo, espresso dal complemento di paragone¬†di due ore.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “un saluto da me”, da me √® un complemento d’origine?

 

RISPOSTA:

Sì; indica che il saluto proviene da / si origina da qualcuno. A differenza del complemento di moto da luogo, esso non indica un movimento.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

A differenza di introduce un complemento di paragone?

 

RISPOSTA:

S√¨, la locuzione preposizionale a differenza di risponde alla domanda “rispetto a chi o a che cosa?” e introduce un paragone fra due individui o due situazioni: “A differenza di Luca, io preferisco il mare”.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

Quale fra le due seguenti affermazioni è corretta da un punto di vista grammaticale?
Fai il saggio e TRANNE vantaggio.
Fai il saggio e TRAINE vantaggio.

 

RISPOSTA:

La forma verbale corretta √®¬†traine, formata da¬†trai¬†seconda persona singolare dell’imperativo del verbo¬†trarre, e¬†ne, particella pronominale che in questo caso pu√≤ essere parafrasata con ‘da questo comportamento’. La forma¬†tranne¬†(che coincide con la preposizione¬†tranne¬†‘eccetto’) non fa parte della coniugazione di questo verbo; non bisogna, quindi, confondersi con gli imperativi di altri verbi correttamente formati con il raddoppiamento della¬†n¬†di¬†ne:¬†danne¬†(da¬†dare),¬†fanne¬†(da¬†fare),¬†dinne¬†(da¬†dire),¬†vanne¬†(da¬†andare), stanne (da stare).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi grammaticale, Verbo
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QUESITO:

Nella frase “Ho individuato la causa delle interruzioni nell’accesso a Internet”, il sintagma¬†nell’accesso¬†√® un complemento di limitazione?

 

RISPOSTA:

La frase √® ambigua:¬†l’accesso¬†potrebbe, infatti, essere la causa delle interruzioni (= ho scoperto che la causa delle interruzioni, per esempio del servizio, √® un problema di accesso) oppure riferirsi alle interruzioni (= ho scoperto qual √® la causa delle interruzioni nell’accesso). Nel primo caso¬†nell’accesso¬†sarebbe un complemento di stato in luogo figurato, perch√© la causa si trova nell’accesso; nel secondo potrebbe essere interpretato o, ancora, come complemento di stato in luogo, perch√© le interruzioni avvengono all’interno del processo di accesso, oppure come complemento di limitazione, perch√© le interruzioni sono relative all’accesso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Coerenza
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QUESITO:

In aperitivo per eccellenza il sintagma per eccellenza è un complemento di qualità?

 

RISPOSTA:

Sì; esso può, infatti, essere parafrasato con un aggettivo qualificativo, come straordinario, eccelso, impareggiabile o simili.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica
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QUESITO:

Nella frase “Mi servo di te”,¬†di te¬†a quale complemento appartiene?

 

RISPOSTA:

Nell’analisi logica √® un complemento di specificazione; la funzione del sintagma, per√≤, si coglie meglio con l’etichetta di¬†oggetto obliquo, propria della grammatica valenziale. Dal momento che¬†servirsi di¬†si comporta come¬†godere di, rimando a¬†questa risposta¬†per la spiegazione dell’etichetta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione, Verbo
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QUESITO:

La domanda diretta nella frase ¬ęRenata domand√≤ a Luca: “Vuoi venire a teatro con me sabato prossimo?”¬Ľ pu√≤ essere trasformata in indiretta in modi diversi:
¬ęRenata domand√≤ a Luca se voleva / avesse voluto / avrebbe voluto / volesse andare a teatro con lei il sabato seguente¬Ľ.
Qual √® l’alternativa migliore?

 

RISPOSTA:

L’alternativa migliore √®¬†volesse: il congiuntivo imperfetto nella proposizione interrogativa indiretta (e nelle altre completive) descrive, infatti, un evento contemporaneo o successivo a quello della reggente quando quest’ultimo √® passato. Del tutto adeguato anche il condizionale passato¬†avrebbe voluto, che descrive un evento successivo a quello della reggente quando questo √® passato, ed √® preferito al congiuntivo imperfetto in contesti di media formalit√†. Possibile anche l’indicativo imperfetto¬†voleva, equivalente in questo caso al congiuntivo imperfetto, ma decisamente meno formale. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto, a rigore, descrive l’evento come precedente a quello della reggente quando questo √® passato; non √® adatto, quindi, a descrivere il rapporto tra la domanda e il volere di Luca. In alternativa, il trapassato potrebbe descrivere il volere come precedente a un altro evento, qui non nominato (per esempio “Renata domand√≤ a Luca se avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”); nella frase in questione, per√≤, non sembra esserci questa intenzione. Alcuni parlanti userebbero, comunque, il congiuntivo trapassato in questa frase, probabilmente come conseguenza della confusione tra la proposizione interrogativa indiretta e la condizionale, nella quale il congiuntivo trapassato √® associato all’irrealt√†. Con questa forma, quindi, tali parlanti intenderebbero presentare la domanda come non tendenziosa, ovvero cortese, aperta a ogni risposta. Che il congiuntivo trapassato avrebbe qui la funzione impropria di rendere la domanda pi√Ļ cortese √® provato dall’impossibilit√† di usarlo con la stessa funzione nelle altre completive. Si prenda, ad esempio, la frase “Renata immagin√≤ che Luca _________________ andare a teatro con lei il sabato seguente”: le soluzioni possibili sono¬†volesse,¬†avrebbe voluto,¬†voleva. Il congiuntivo trapassato¬†avesse voluto¬†√® possibile soltanto con la funzione propria di collocare il¬†volere¬†in un momento precedente a un altro, qui non nominato (per esempio “Renata immagin√≤ che Luca avesse voluto andare a teatro con lei il sabato seguente, prima di rompersi la gamba”).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho dei dubbi sulla concordanza dei seguenti verbi.

  • Se ci√≤ non si verifica, i miei parenti sono tenuti a prendere provvedimenti / Se ci√≤ non si dovesse verificare, i miei parenti saranno tenuti a prendere provvedimenti;

  • L’uso di questi dispositivi peggiorino (o peggiori) le capacit√† cognitive.

 

RISPOSTA:

Entrambe le versioni della prima frase sono corrette, ma occorrono alcune precisazioni. L’indicativo presente al posto del futuro (non si verifica e sono tenuti a prendere provvedimenti al posto di non si verificher√† e saranno tenuti a prendere provvedimenti) abbassa il registro della frase, quindi si adatta a un contesto informale. La seconda opzione, cio√® quella con il congiuntivo presente non si dovesse verificare, rappresenta la variante pi√Ļ formale.
Nella seconda frase la concordanza dev’essere al singolare, ma all’indicativo presente e non al congiuntivo, quindi: “L’uso di questi dispositivi peggiora le capacit√† cognitive”, dove peggiora si accorda con l’uso.
Raphael Merida

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QUESITO:

Vorrei sapere se nella frase che segue √® consentito l’uso della virgola prima della preposizione “per”, e se non sia il caso di inserire una virgola prima del “che” (anche in relazione alla presenza o assenza del termine “altrettanto”): “Il prossimo anno segner√† l’inizio di altrettante collaborazioni che vedranno il nostro gruppo offrire servizi sempre migliori, per una crescita in linea con quelle che sono le richieste dei propri fornitori”.

 

RISPOSTA:

La virgola prima della subordinata introdotta da per √® facoltativa; inserendola, poniamo la subordinata sullo stesso piano informativo della altre proposizioni. L’assenza o la presenza della virgola prima della proposizione relativa influisce sul significato della frase (nel primo caso si parla di relative limitative, nel secondo di relative esplicative: la rimando a quest’articolo per approfondire il tema). Nella frase esemplificata l’interpretazione pi√Ļ ovvia della relativa √® quella limitativa perch√© l’informazione √® determinante ai fini dell’identificazione di qualcosa.
In generale, per√≤, l’intera frase risulta appesantita da costrutti ridondanti (quelle che sono le richieste) e da costruzioni sintattiche poco chiare (vedranno il nostro gruppo offrire servizi). Le suggerisco, quindi, una possibile riscrittura: “Il prossimo anno segner√† l’inizio di altrettante collaborazioni che permetteranno al nostro gruppo di offrire servizi migliori, per una crescita in linea con le richieste dei fornitori”.
Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se nello scritto √® pi√Ļ corretta la forma con il congiuntivo o l’indicativo: “Se ci√≤ non si verifica, i miei parenti sono tenuti a prendere provvedimenti” oppure “Se ci√≤ non si dovesse verificare, i miei parenti saranno tenuti a prendere provvedimenti”?

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono ugualmente corrette, ma diverse. La prima √® un periodo ipotetico del primo tipo, o della realt√†, con l’indicativo sia nell’apodosi (la proposizione principale), sia nella protasi (la proposizione ipotetica); la seconda √® un periodo ipotetico misto, con un’apodosi della realt√† e una protasi del secondo tipo, o della possibilit√†. La scelta tra le due frasi dipender√† dal significato ricercato: con la prima l’ipotesi √® rappresentata come fattuale, con la seconda la stessa ipotesi √® rappresentata come possibile, eventuale, incerta.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

Ho trovato questa frase nel libro Di chi è la colpa di Alessandro Piperno:
“Potr√† apparire strano che fin qui non avessi ancora messo a parte i miei dei pericoli che incombevano sul loro unico figlio”.
Nella completiva dipendente trovo curioso che il tempo verbale usato sia il trapassato del congiuntivo (avessi messo) invece del congiuntivo passato (abbia messo). So che la concordanza dei tempi √® pi√Ļ rigida con le completive di questo tipo e volevo capire la ragione per cui il tempo verbale sia ammissibile in questa frase. √ą una scelta stilistica?
√ą possibile che Piperno voglia impartire una sfumatura di una cosa nel passato che √® successo prima di un‚Äôaltra cosa nel passato? √ą lecito sia nella lingua parlata sia nella lingua scritta?

 

RISPOSTA:

Il trapassato √® la scelta pi√Ļ regolare in questo contesto; il tempo di riferimento, infatti, √® il passato (lo si evince dall’imperfetto¬†incombevano)¬†e con il trapassato si intende, appunto, descrivere un evento avvenuto (o non avvenuto) precedentemente. Sorprendente, piuttosto, √® l’avverbio¬†fin qui¬†usato per riferirsi a un momento passato, ovvero con il significato non di ‘fino ad adesso’ ma di ‘fino ad allora’. Si tratta di un uso molto comune nella lingua parlata, sfruttato in letteratura per confondere il piano della narrazione con quello dell’enunciazione (una tecnica nota come¬†discorso indiretto libero). Il piano temporale su cui si colloca¬†fin qui¬†√® ancora pi√Ļ ambiguo per via della presenza di¬†potr√†, futuro epistemico equivalente a ‘forse √®’, riferito al momento dell’enunciazione. Nella frase, insomma, lo scrivente si rivolge al lettore dicendo che nel momento in cui quest’ultimo sta leggendo appare probabilmente strano che in quel momento del passato (identificato con fin qui) lo scrivente stesso non avesse ancora compiuto (evento descritto al trapassato) quell’azione.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

A¬†mio parere le parole combaciare, collimare, coincidere stanno a significare un contatto perfetto fra due superfici ma non necessariamente una fusione, mentre il termine collegare e aderire (come suggerisce l’etimologia) presuppongono non solo il contatto ma anche la fusione. Se ci√≤ fosse vero, asserire che due superfici si trovano nel rapporto indicato dai primi termini (collimare, coincidere, combaciare), significherebbe tassativamente che esse si toccano ma non si fondono l’una con l’altra oppure il fatto che si fondino o meno resterebbe incerto?

 

RISPOSTA:

In nessuno dei verbi da lei presi in esempio emerge l’idea di “fusione” ma quella di “corrispondenza”. In casi come questo, l’etimologia delle parole pu√≤ venirci in aiuto.
Collimare √® una lettura errata del latino collineare (da cum + linea), che significava ‘mettere sulla stessa linea’ (in italiano diventa termine tecnico nell’astronomia e si espande con il significato generale di ‘coincidere’); coincidere deriva dal latino cum e incidere, cio√® ‘cadere dentro insieme’; collegare, dal latino colligare, a sua volta composto da cum e ligare, significa ‘legare insieme’; aderire viene dal latino adhaerere, composto di ad, che significa ‘a’, e haerere, cio√® ‚Äėstare attaccato‚Äô; infine, combaciare che, come suggerisce la parola stessa, √® composto da con e baciare.
Vedendoli insieme, tutti i verbi sono connessi semanticamente dall’idea di corrispondenza fra due unit√† e per nessuno di essi si pu√≤ dire che ci sia un grado pi√Ļ o meno alto di “fusione”. Una frase come “due parti del materiale combaciano bene”, per significare che due parti sono perfettamente sovrapponibili, equivale a “due parti del materiale aderiscono bene” / “due parti del materiale coincidono bene” / “due parti del materiale collimano bene”; non √® frequente, ma si pu√≤ usare una frase come “due parti del materiale (si) collegano bene”. Il significato primario di collegare per√≤ indica che stiamo mettendo in contatto due parti, cio√® che le stiamo unendo, come nella seguente frase: “collegare due parti del materiale”.
Escludendo aderire e coincidere, i cui significati primari sono ‘essere attaccato’ e ‘corrispondere perfettamente’, gli altri verbi in questione sono sovrapponibili nei loro significati figurati (combaciare, collimare) e nel loro uso intransitivo (collegare): “Le idee di Marta combaciano con le mie” equivale a “Le idee di Marta collimano con le mie”, “Le idee di Marta (si) collegano alle mie”.
In una frase come “Luca aderisce a quella manifestazione” il verbo aderire, invece, non pu√≤ essere cambiato per via del suo uso figurato che significa ‘sostenere con la propria partecipazione’.
Raphael Merida

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QUESITO:

Il mio quesito √® duplice. Mi farebbe piacere sapere se nella frase “Non feci in tempo a scansarmi che l’uomo in bicicletta mi travolse” ci troviamo di fronte a un caso di¬†che¬†polivalente. Io lo percepisco come tale e mi sentirei di segnalarlo e correggerlo in un tema. Non trovo per√≤ una forma valida con cui sostituirlo senza intervenire su tutta la struttura della frase, ad esempio “L’uomo in bicicletta mi travolse senza che potessi fare in tempo a scansarmi”. Pi√Ļ in generale mi chiedo spesso se i tratti di italiano neo-standard vadano corretti o accettati in ambito scolastico.

 

RISPOSTA:

In frasi come la sua il connettivo¬†che¬†√® usato con una funzione esplicativo-consecutiva, che rientra tra quelle raggruppate sotto l’etichetta di¬†che polivalente. La stessa funzione pu√≤ essere ravvisata in frasi come “Tu esercitati, che prima o poi avrai successo”, o “Vieni che ti spiego tutto”. Quest’uso √® certamente tipico del parlato di formalit√† medio-bassa (come suggerisce il senso stesso delle frasi esempio); la sua accettabilit√† nello scritto di media formalit√†, invece, oscilla in relazione alla sensibilit√† dei parlanti e alla costruzione dell’intera frase. Nella sua frase, per esempio, l’uso ha un’accettabilit√† pi√Ļ alta che negli esempi fatti da me, perch√©¬†non fare in tempo che¬†√® un costrutto quasi cristallizzato (un costrutto pienamente cristallizzato di questo tipo √®¬†fare in modo che). Per la verit√†, un’alternativa del tutto standard (e per questo meno espressiva) alla costruzione che non richieda lo stravolgimento della frase esiste: “Non feci in tempo a scansarmi: l’uomo in bicicletta mi travolse”. La variante sintattica, si noti, rivela che il¬†che¬†polivalente √® spesso un “riempitivo” coesivo per un collegamento logico che altrimenti rimarrebbe implicito; anche nei miei esempi, infatti, il¬†che¬†si pu√≤ semplicemente eliminare (con l’effetto secondario di elevare il registro).
Anche per altri tratti del neostandard l’accettabilit√† dipende oltre che, ovviamente, dal contesto, dalla sensibilit√† dei parlanti e dalla costruzione dell’intera frase. Per esempio, una dislocazione a sinistra come “Questo argomento lo tratteremo la prossima volta” √® pi√Ļ accettabile di “Di questo argomento ne parleremo la prossima volta”, perch√© anche se in entrambe le frasi la tematizzazione del costituente rafforza il collegamento con la frase precedente, nella seconda la ripresa pronominale non √® necessaria.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso della parola¬†sino¬†per determinare l’esatta conclusione di una azione in un determinato tempo. Provo a chiarire la mia richiesta attraverso un esempio. Dire che “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2”, significa che il 2 l’azienda √® aperta, o che l’azienda √® chiusa?

 

RISPOSTA:

Il problema non dipende dalla locuzione preposizionale¬†sino a, ma √® concettuale (infatti permane anche se eliminiamo¬†sino): quando il termine di un periodo di tempo non √® momentaneo, ma ha una certa durata (come una giornata), il periodo potrebbe finire in coincidenza con l’inizio del termine o con la fine dello stesso.
Questo problema √® alla base delle gag comiche classiche in cui due personaggi non riescono a mettersi d’accordo se il conto alla rovescia finisca in coincidenza con la parola¬†uno¬†o dopo che questa √® stata pronunciata. Nel suo caso, in teoria il periodo di chiusura potrebbe finire all’inizio del giorno 2, quindi il giorno 2 sarebbe escluso dalla chiusura, o alla fine dello stesso giorno, che quindi sarebbe incluso. Questo in teoria, perch√© in pratica l’indicazione del giorno implica che questo faccia parte del periodo; se, infatti, il giorno 2 fosse escluso il periodo finirebbe il giorno 1 e sarebbe antieconomico, quindi fuorviante, nominare il giorno 2 per riferirsi al giorno 1. Anche nel conto alla rovescia, del resto, dopo¬†uno¬†si dice spesso¬†via¬†o qualcosa di simile, a conferma che il conto include¬†uno. Ancora, per fare un altro esempio, una frase come “Hai tempo fino al 2 per ridarmi i soldi” significa che i soldi devono essere restituiti al massimo alla fine del giorno 2, quindi il giorno 2 fa parte del periodo indicato.
In ogni caso, per evitare qualsiasi incertezza, anche teorica, √® possibile aggiungere la dicitura¬†incluso¬†o¬†compreso¬†al termine finale del periodo: “l’azienda rimane chiusa dal 29 sino al giorno 2 incluso” (oppure¬†sino al giorno 1 incluso¬†se il 2 √® escluso). Tale dicitura √® tipica del linguaggio burocratico ed √® spesso usata insieme alla preposizione¬†entro:¬†entro il giorno 2 incluso / compreso. Esiste anche la possibilit√† di aggiungere¬†escluso, che, per√≤, √® paradossale e difficilmente giustificabile: come detto sopra, se un termine √® escluso dovrebbe essere semplicemente non nominato.¬†Incluso¬†pu√≤ essere anche sostituito da¬†e non oltre, creando l’espressione bandiera del burocratese¬†entro e non oltre. Questa alternativa √® meno trasparente, quindi non preferibile, ma √® tanto apprezzata perch√© conferisce al testo una (malintesa) patina di ufficialit√†.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le frasi seguenti sono esempi di ridondanza, oppure rappresentano dei rafforzativi legittimi?
“√ą un libro che ho (gi√†) letto due volte”.
“Lui ha reagito con un ‘ciao’ e lei ha reagito (a sua volta) con un sorriso tirato via”.
Ho fatto riferimento al fenomeno della ridondanza perché mi pare che le due costruzioni funzionino anche senza le parti inserite tra parentesi. Se la mia osservazione è corretta, vi domando se sia consigliato mantenere o rimuovere tali parti.

 

RISPOSTA:

L’avverbio¬†gi√†¬†e la locuzione avverbiale¬†a sua volta¬†sono ridondanti solo apparentemente, mentre a un’analisi pi√Ļ attenta contribuiscono a costituire il significato delle frasi in cui sono inseriti.
Nella prima frase,¬†gi√†¬†punta l’attenzione sul fatto che la doppia lettura √® avvenuta in un periodo che si √® concluso; la frase senza¬†gi√†, invece, sottolinea che la lettura si √® ripetuta. Questa differenza potrebbe essere appena percepibile o, al contrario, molto rilevante a seconda del contesto in cui la frase √® inserita. Se, per esempio, il parlante avesse appena ricevuto il libro in questione in regalo, la frase con¬†gi√†¬†implicherebbe che tale regalo lo ha deluso (perch√© ha gi√† letto quel libro due volte); quella senza¬†gi√†, invece, implicherebbe piuttosto che il regalo lo ha sorpreso (perch√© conosce benissimo quel libro, e lo apprezza molto, tanto da averlo letto due volte).
Nella seconda frase,¬†a sua volta¬†√® ancora pi√Ļ necessario: se lo eliminiamo viene meno l’esplicitazione della reciprocit√† del saluto e il lettore non pu√≤, quindi, stabilire se i due personaggi si stiano salutando a vicenda o stiano entrambi salutando un terzo personaggio.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Quale delle due frasi √® corretta: “Sar√† difficile che ti ricorderai di me” oppure “sar√† difficile che ti ricordi di me”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette. Un evento futuro espresso con una proposizione completiva dipendente da una reggente al futuro o al presente pu√≤ essere descritto con il congiuntivo presente (qui¬†ricordi) o con l’indicativo futuro (qui¬†ricorderai). Il congiuntivo √® la scelta pi√Ļ formale; l’indicativo quella pi√Ļ adatta al parlato e allo scritto medio-basso. Per un approfondimento della questione si veda¬†questa risposta.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nelle frasi che costituiscono l’elenco numerato √® pi√Ļ appropriato utilizzare il congiuntivo o l’indicativo del verbo indicato tra parentesi?
Per l’analisi dei libri di testo è stato impiegato il modello di sviluppo dell’autonomia di Reinders, basato su 8 livelli, per ciascuno dei quali sono stati ricercati nei testi specifici elementi:
1. Per il livello della definizione dei bisogni sono stati ricercati elementi che (permettono o permettano?) al discente di riflettere sui propri punti di forza, di debolezza ed esigenza nell’utilizzo della LS.
3. Per la pianificazione dell’apprendimento è stato verificato se i libri (consentono o consentano?) al discente di definire i tempi, le modalità e gli obiettivi di apprendimento per ciascuna unità o alcune di esse.
5. Per la selezione delle strategie di apprendimento sono state ricercate sia attività che informazioni che (aiutano o aiutino?) il discente ad adottare consapevolmente una specifica strategia di apprendimento.
6. Per il livello delle esercitazioni √® stata osservata la presenza di esercizi liberi, in cui lo studente (pu√≤ o possa?) utilizzare la LS senza rigide linee guida ed esprimersi, quindi, in modo pi√Ļ autentico sia in classe che al di fuori.
7. Per il monitoraggio dei progressi sono state ricercate sezioni che (permettono o permettano?) al discente di registrare e riflettere su cosa e come ha imparato.
8. Infine, per il livello della valutazione sono state considerate attività di autovalutazione o di feedback tra pari che (consentono o consentano?) agli studenti di esprimere un giudizio su ciò che essi stessi o i propri pari hanno appreso.

 

RISPOSTA:

In tutti i casi meno uno il verbo si trova all’interno di proposizioni relative. Queste ultime, tipicamente costruite con l’indicativo, possono prendere il congiuntivo quando il pronome relativo ha un antecedente indeterminato; il congiuntivo invece dell’indicativo produce un innalzamento diafasico, mentre il significato, a seconda della frase, non cambia affatto oppure assume una sfumatura consecutivo-finale. Mentre, ad esempio,¬†elementi che permettono¬†indica che gli elementi ricercati posseggono la qualit√† descritta (cio√® permettono al discente di riflettere),¬†elementi che permettano¬†indica che gli elementi sono ricercati perch√© posseggano quella stessa qualit√†, o, in altre parole, nel primo caso si cercano degli elementi con una certa qualit√†, nel secondo si cerca una certa qualit√† posseduta da alcuni elementi. Del tutto ininfluente sul significato √®, invece, la scelta del modo verbale nella proposizione interrogativa indiretta nella frase 3: qui la scelta dipende soltanto da ragioni diafasiche, ovvero dall’intento di usare un registro medio-alto (con il congiuntivo) o medio-basso (con l’indicativo).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi chiedo come fare l’analisi logica di frasi come questa: “La lezione dovr√† essere interessante”. Il verbo _essere_fa da copula anche se accompagnato dal servile? O va considerato predicato verbale? Ma in quest’ultimo caso, l’aggettivo finale cosa sarebbe? Predicativo del soggetto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica il verbo viene considerato per la sua funzione di predicato, non per la sua forma: il sintagma¬†dovr√† essere, pertanto, viene analizzato tutto insieme, perch√© svolge una funzione unitaria. Tale funzione √® quella di copula, cio√® di collegamento tra il soggetto e un suo completamento, che qui √® rappresentato dall’aggettivo¬†interessante, definito¬†nome del predicato¬†o¬†parte nominale. Il sintagma complesso¬†dovr√† essere interessante¬†√®, quindi, un predicato nominale.
Si noti, a margine, che la parte nominale del predicato nominale √® di fatto un tipo di complemento predicativo del soggetto; ha, infatti, la stessa funzione del predicativo del soggetto retto da verbi copulativi. In “Luca √® simpatico” e “Luca sembra simpatico”, cio√®,¬†simpatico¬†ha la stessa funzione di completare il soggetto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Verbo
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QUESITO:

Vorrei porvi una domanda in merito (a mio parere) alla scarsa chiarezza riscontrabile nei testi di grammatica, in merito al rapporto fra la forma riflessiva e la forma passiva.
Nella forma riflessiva apparente (ad es., “Paolo si lava le mani”), il verbo sembra essere transitivo. Allora essendo transitivo dovrebbe essere possibile trasformare la frase riflessiva in passiva. Ad es., “Le mani di Paolo sono lavate da s√© stesso”.
Ora, a prescindere dalla correttezza o meno dell‚Äôesempio, mi aspetterei che le grammatiche ne parlino. Oppure, se contraddice la regola, in quanto il verbo¬†lavarsi¬†non sarebbe transitivo, gli autori dei testi scolastici potrebbero spendere qualche parola in pi√Ļ e dire esplicitamente che la forma passiva non √® possibile ottenerla dalle frasi riflessive. Punto.
Tenete conto che molto spesso gli allievi (specie quelli non madre lingua italiana, magari impegnati nell’apprendimento dell‚Äôitaliano L2 ) necessitano di regole grammaticali – morfologiche e sintattiche – un po‚Äô pi√Ļ agili, pi√Ļ lineari, meno deduttive.

 

RISPOSTA:

Il problema che lei solleva discende dall’idea che la forma passiva del verbo “si ottenga” da quella attiva. In realt√†, la forma passiva del verbo ha le sue regole di formazione indipendenti dalla forma attiva; essa, inoltre, coinvolge la costruzione dell’intera frase e dipende dall’intento dell’emittente di rappresentare la realt√† in un certo modo (mettendo in primo piano il processo e in secondo piano l’agente). La specularit√† tra la costruzione della frase attiva e passiva con i verbi transitivi √® un fatto secondario, utile in chiave didattica, perch√© consente di instaurare un confronto tra le due, ma non essenziale per comprendere la funzione specifica della costruzione passiva. Anzi, tale confronto rischia di essere fuorviante, proprio perch√© concentra l’attenzione sulla corrispondenza formale tra attivo e passivo e oscura la funzione specifica della costruzione passiva. Venendo al suo caso, √® vero che tra la costruzione attiva e quella passiva dei verbi transitivi pronominali c’√® una corrispondenza imperfetta, perch√© nel passivo viene a mancare l’elemento pronominale che sottolinea il vantaggio che il soggetto trae dal processo o la particolare intensit√† con cui partecipa al processo. Tale imperfezione, per√≤, non annulla la corrispondenza; non c’√® qui, quindi, un’eccezione da rilevare, ma una minima deviazione dalla regolarit√†. Ora, soffermarsi a puntualizzare le innumerevoli deviazioni dalla regolarit√† non √® possibile, n√© utile (si ricordi che la stessa regolarit√† delle costruzioni √® una schematizzazione di comodo): se le grammatiche scolastiche lo facessero diventerebbero indigeribili e abdicherebbero alla loro funzione di inquadramenti sintetici per principianti.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Maria traduce il testo dall’italiano all’inglese”. Che complementi sono¬†dall’italiano e all’inglese?

 

RISPOSTA:

Sono, rispettivamente, complemento di origine o provenienza e complemento di moto a luogo figurato. Quest’ultimo pu√≤ anche essere definito in questo caso¬†complemento di destinazione, ma questa etichetta non rientra tra quelle pi√Ļ comunemente usate nei manuali di grammatica italiana (√® usata, invece, per descrivere la funzione del caso dativo delle lingue antiche).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Espressioni come¬†ne consegue e¬†ne deriva , o anche¬†se ne desume, reggono il congiuntivo? Oppure l’Indicativo? O entrambi? In genere, quando scrivo preferisco, a livello di suono, il congiuntivo, non credo per√≤ ci sia una forma necessaria. Quale potrebbe essere pi√Ļ corretta?

 

RISPOSTA:

Queste espressioni impersonali reggono una proposizione soggettiva, che pu√≤ essere costruita con l’indicativo o il congiuntivo. Il modo scelto non modifica il significato della frase, ma influisce sul registro: il congiuntivo √® pi√Ļ formale e pi√Ļ adatto allo scritto medio-alto; l’indicativo √® meno formale, quindi pi√Ļ adatto al parlato e allo scritto trascurato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le due frasi sono corrette?

1. Non ve n’√® mai fregato della vostra famiglia.

2. Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia.

 

RISPOSTA:

Le due frasi sono corrette, ma hanno significati opposti per via del verbo, che soltanto in apparenza √® uguale. Nel primo esempio, il verbo coinvolto √® fregarsi, un verbo intransitivo pronominale che significa ‘importare’; la frase, quindi, pu√≤ essere interpretata cos√¨: “Non vi √® mai importato della vostra famiglia”. Il pronome atono ne, in questo caso, serve ad anticipare il tema: ‚ÄúNon ve n‘√® mai fregato della vostra famiglia“. La costruzione dell‚Äôenunciato con il tema isolato a destra (o a sinistra) √® definita dislocazione e serve a ribadire il tema, per assicurarsi che l‚Äôinterlocutore l‚Äôabbia identificato.
Nel secondo esempio, invece, la frase √® costruita attorno al verbo procomplementare fregarsene (sui verbi procomplementari rimando alle risposte contenute nell’Archivio di DICO). Il suo significato non √® ‘importare’, come per fregarsi, ma ‘mostrare indifferenza, infischiarsene’. La frase, quindi, assume tutto un altro senso: “Non ve ne siete mai fregati della vostra famiglia” equivale a “Non avete mai mostrato indifferenza nei confronti della vostra famiglia”, quindi “Vi siete sempre interessati della vostra famiglia”.
Questo caso, molto interessante, è un tipico esempio la cui risoluzione richiede una particolare attenzione alle particelle pronominali presenti nella frase, che possono modificare o, addirittura, ribaltare il significato di ciò che si vuole scrivere o dire.
Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto iniziare una frase, che non ne precede altre, con affinch√©?

 

RISPOSTA:

S√¨, l’ordine delle proposizioni all’interno di una frase pu√≤ variare, quindi una proposizione subordinata finale introdotta dalla congiunzione affinch√© pu√≤ precedere la reggente, come nel seguente esempio: “Affinch√© la torta sia cotta [subordinata], il forno deve mantenere una temperatura di 150 gradi [reggente]”. Sarebbe sbagliato, invece, lasciare la subordinata sospesa, cio√® senza la proposizione reggente; una frase come *Affinch√© la torta sia cotta risulterebbe priva di senso.
Raphael Merida

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QUESITO:

Gradirei sapere se √® corretto definire col termine situazione l’immagine di una foto che riproduce una realt√† urbana del passato. Esempio: “Ricordo vagamente la situazione fissata da questa fotografia”.

 

RISPOSTA:

Certamente. Il sostantivo situazione pu√≤ ben rappresentare una circostanza in un determinato momento. Per comprendere perch√© questa parola pu√≤ adattarsi a vari contesti d’uso dobbiamo ripercorrere la sua etimologia. Il sostantivo situazione entra in italiano, probabilmente, attraverso il francese situation, a sua volta derivato dal latino medievale situare, verbo mantenuto intatto in italiano con il significato letterale di ‘mettere in un posto’ e con quello figurato di ‘inserire in un contesto’. Il verbo situare √® un derivato del latino situs, il cui significato veicola gi√† l’idea di luogo; tant’√® che in italiano il sostantivo sito mantiene l’accezione di spazio fisico (“il sito archeologico di Selinunte √® meraviglioso”) o figurato (“devo visitare il tuo sito internet”).
Raphael Merida

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In grammatica, la posizione delle particelle pronominali è codificato da regole ben precise, oppure è libera e segue pertanto le preferenze del parlante?
In particolare, le costruzioni sotto indicate sono valide e caratterizzate dallo stesso grado di formalità?

1a) Posso parlarti?
1b) Ti posso parlare?
2a) Ti sto guardando
2b) Sto guardandoti
3a) Non ti muovere!
3b) Non muoverti!
4a) Ti sto venendo a cercare
4b) Sto venendoti a cercare
4c) Sto venendo a cercarti.

 

RISPOSTA:

Tutte le frasi riportate negli esempi sono corrette. I pronomi atoni (mi, ti, gli, lo ecc.) possono collocarsi, a seconda del modo verbale, prima o dopo il verbo: quando si trovano prima del verbo, i pronomi si chiamano proclitici (mi scrivi), quando stanno dopo il verbo, e quindi formano un’unica parola con esso, si chiamano enclitici (scrivimi).
Vediamo nel dettaglio perch√© tutti gli esempi da lei riportati ammettono questa doppia possibilit√†. Nelle frasi 1a e 1b l’infinito parlare √® retto dal verbo servile potere; in questi casi, il pronome pu√≤ seguire l’infinito, come nella frase 1a, oppure pu√≤ precedere il servile, come nella frase 1b. Anche il verbo stare seguito dal gerundio, che indica un’azione nel suo svolgersi, ammette la doppia posizione del pronome atono; per questo motivo, le frasi 2a e 2b sono equivalenti. Il pronome pu√≤ precedere o seguire il verbo anche quando la frase contiene un imperativo negativo, come nei casi di 3a e 3b; se, invece, la frase contenesse un imperativo affermativo il pronome potrebbe stare soltanto in posizione enclitica (muoviti). Le frasi 4a, 4b e 4c ammettono una triplice possibilit√† perch√© il verbo stare regge un verbo di moto (andare) che, a sua volta, regge un infinito preceduto da preposizione (a cercare): il verbo, quindi √® andare a cercare. Per tali ragioni, il pronome pu√≤ trovarsi prima o dopo la costruzione stare + gerundio (4a e 4b), oppure dopo l’infinito del verbo (4c).
Raphael Merida

Parole chiave: Coesione, Pronome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se la preposizione ‚Äúa‚Äú davanti a ‚Äúcui‚Äú pu√≤ essere sempre omessa, o se, in determinati casi, l’ellissi possa determinare costruzioni errate.

1) La riflessione (a) cui vorrei portarti è questa…
2) La signora (a) cui ho chiesto un favore è tua sorella.

Sono molto curioso circa l’origine della regola, e soprattutto mi chiedo per quale ragione si applichi esclusivamente, se non vado errato, a questa preposizione semplice e non anche ad alcune delle altre.

 

RISPOSTA:

Entrambe le varianti sono corrette (cui / a cui) perch√© nei due esempi cui assume la funzione di complemento di termine. L’oscillazione risale alla forma latina cui che significa ‘al quale’; a causa della possibile ambiguit√† generata dalla mancanza della preposizione, si √® sentita l’esigenza di accostare al pronome cui la preposizione tipica del complemento di termine, cio√® a. Per queste ragioni, la forma senza preposizione √® considerata pi√Ļ formale di quella con la preposizione.
L’omissione riguarda anche la preposizione di in frasi come “Maria la cui bravura √® proverbiale”, dove cui, posizionato fra l’articolo e il sostantivo, ha valore di complemento di specificazione (la frase, altrimenti, dovrebbe essere tradotta cos√¨: “Maria, la bravura della quale √® proverbiale”). In casi come questo, fino all’Ottocento, la preposizione di era ammessa in una costruzione ormai uscita dall’uso, cio√® il di cui.
Raphael Merida

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si nota l’influenza dell’arte africana sulla sua opera.
Buonasera! In analisi logica, “l’influenza” √® soggetto o oggetto? Ovvero “si nota” √® passivante o impersonale? Inoltre mi permetto di chiedere che complemento sia “sulla sua opera”: luogo figurato?

 

RISPOSTA:

Nel suo esempio, il verbo √® costruito con il si impersonale. Si nota assume la funzione di soggetto (√® come se si intendesse “Qualcuno nota”), l’influenza √® complemento oggetto, dell’arte africana complemento di specificazione, sulla sua opera complemento di stato in luogo figurato.
Per un approfondimento sul si impersonale / si passivante, la esorto a consultare l’archivio di DICO.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quali fra queste due frasi è corretta?

Si sono create circostanze ed eventi che hanno portato…

Si sono creati circostanze ed eventi che hanno portato…

La mia intenzione è che il verbo creare comprenda sia circostanze che eventi.

 

RISPOSTA:

Quando due o pi√Ļ nomi sono sono di genere diverso, la norma prevede che l’accordo del participio (lo stesso vale per l’aggettivo) sia plurale maschile, quindi si sono creati circostanze ed eventi. In un caso come questo, per√≤, in cui il primo nome √® femminile, l’accordo risulta poco gradevole; tuttavia, questo problema pu√≤ essere risolto ripetendo il participio: si sono creati le circostanze e si sono creati gli eventi; oppure, pi√Ļ economicamente, invertendo l’ordine dei nomi: si sono creati gli eventi e le circostanze.
Raphael Merida

Parole chiave: Accordo/concordanza, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Non mi √® chiaro perch√©, in una precedente risposta del 2020, nella frase¬†sembrano guidare¬†l’infinito corrisponde ad una soggettiva. Vi chiedo altres√¨ indicazione di una grammatica che possa fugare dubbi del genere.

 

RISPOSTA:

La proposizione retta da¬†sembrare¬†non pu√≤ che essere di tipo completivo, perch√© il verbo¬†sembrare, come gli altri verbi copulativi, collega il soggetto con un suo completamento o sintagmatico (“I cavalli¬†sembrano¬†stanchi“) o, per l’appunto, proposizionale (“I cavalli¬†sembrano¬†essere stanchi“). Nel primo caso il sintagma che completa il predicato (detto¬†nominale) √® un complemento predicativo del soggetto, nel secondo caso la proposizione √® una soggettiva.

Una grammatica che tratta casi di questo tipo è la Grande grammatica italiana di consultazione, in tre volumi, a cura di Lorenzo Renzi, Giampaolo Salvi e Anna Cardinaletti, Bologna, il Mulino (ultima edizione 2001).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella seguente frase il congiuntivo¬†cerchino¬†√® preferibile rispetto all’indicativo¬†cercano?
“Scelgo le forme che non cercano scopi per descrivere quello che sento per te”.

 

RISPOSTA:

No: l’indicativo √® la forma migliore, perch√© l’antecedente del relativo,¬†le forme, √® determinato, quindi non si armonizza bene con il congiuntivo, che renderebbe la qualit√† del¬†cercare scopi¬†eventuale, quindi indeterminata. Diversamente, il congiuntivo sarebbe possibile, ma comunque non obbligatorio, se la frase fosse “Scelgo forme che non cerchino scopi…”. In questo caso¬†cerchino¬†sarebbe interpratato come un processo consecutivo-finale (come se le forme fossero scelte allo scopo di non cercare scopi), mentre¬†cercano¬†qualificherebbe in astratto le forme scelte.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

PER, DA, DI introducono la causa, ma cosa cambia tra le tre preposizioni? Perché alcune volte si possono usare tutte e tre e altre volte no?
Es.¬†grido dalla / per la / di gioia, ma “Matteo √® a letto per l’influenza”, non¬†dall’influenza¬†o¬†di influenza.

 

RISPOSTA:

Dal punto di vista della funzione generale di ciascuna preposizione,¬†per¬†indica l’attraversamento (passare per il bosco), quindi il mezzo (prendere per le corna), ma anche la causa (piangere per una perdita) e il fine (studiare per un esame);¬†da¬†indica la provenienza (venire dall’Italia), quindi, anche se per ragioni diverse rispetto a¬†per, la causa (piangere dalla gioia);¬†di¬†indica la relazione, che pu√≤ prendere moltissime forme (il fratello di Mario,¬†la porta di casa,¬†il tavolo di legno,¬†mangiare di gusto), tra cui anche la causa (morire di noia). Nell’esempio¬†gridare dalla / per la / di, quindi, il sintagma costruito con¬†dalla¬†esprime l’origine del processo del verbo, quello costruito con¬†per la¬†esprime il percorso attraverso cui si √® prodotto il processo del verbo, quello costruito con¬†di¬†indica in relazione a che cosa si √® prodotto il processo del verbo. Sono, come si vede, sfumature diverse dello stesso concetto di causa. La spiegazione semantica, per√≤, √® parziale, e non permette di decidere quale sia la preposizione corretta (e se siano possibili pi√Ļ soluzioni) nel caso di sintagmi mai sentiti prima. Accanto alla funzione delle preposizioni si possono ricordare, allora, alcune costanti d’uso:¬†di¬†causale si usa soltanto in pochi sintagmi cristallizzati e non richiede mai l’articolo (mentre¬†per¬†e¬†da¬†s√¨):¬†di freddo,¬†di caldo,¬†di fame,¬†di sete,¬†di gioia¬†ed altre emozioni (di paura,¬†di dolore,¬†di felicit√†);¬†da¬†si usa in tutti i sintagmi in cui si pu√≤ usare anche¬†di, ma richiede, come detto, l’articolo e ha maggiore libert√†.¬†Di, infatti, √® legata non solo ad alcuni sintagmi, ma anche ad alcuni verbi: si pu√≤, per esempio¬†morire di freddo¬†e¬†morire dal freddo, ma mentre si pu√≤¬†svenire dal freddo¬†non si pu√≤ *svenire di freddo. Di l√† da questi sintagmi cristallizzati, comunque, non si usa neanche¬†da; non si pu√≤, per esempio, *ammalarsi dall’aria fredda.¬†Per¬†ha, invece, una distribuzione del tutto libera: si pu√≤ sia¬†morire per il freddo, sia¬†svenire per il freddo, sia¬†ammalarsi per l’aria fredda.
Queste considerazioni lasciano sicuramente spazio a casi dubbi, e non sono di pratico impiego quando bisogna usare la lingua in presa diretta. Per essere immediatamente sicuri di usare la preposizione giusta non c’√® altro metodo che esercitarsi molto e, in caso di dubbio, usare gli strumenti lessicografici in circolazione, come i dizionari e le banche dati (oltre che i servizi di consulenza come DICO).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

I verbi in maiuscolo nella seguente frase sono corretti?
“Se ci ferissimo in una zona remota dovremmo avere con noi un buon kit di primo soccorso, che CONTENGA quegli strumenti che ci CONSENTIREBBERO di fronteggiare anche gravi situazioni di urgenza”.

 

RISPOSTA:

Il congiuntivo presente¬†contenga¬†√® adatto a esprimere l’atemporalit√† (o meglio la pantemporalit√†, ovvero l’indipendenza da coordinate temporali particolari) del processo che qualifica il kit. Si noti che il conguntivo √® preferibile all’indicativo in questo caso perch√© l’antecedente del relativo,¬†un buon kit, √® indeterminato; se al posto di¬†un buon kit¬†ci fosse, per esempio,¬†il kit, l’indicativo presente¬†contiene¬†sarebbe preferibile (in quel caso, per√≤, la proposizione relativa diventerebbe automaticamente limitativa, quindi si dovrebbe anche eliminare la virgola prima del pronome relativo).
La decisione riguardo a¬†consentirebbero¬†√® pi√Ļ complicata: nella frase cos√¨ costruita si pu√≤ usare sia questa forma sia l’indicativo presente¬†consentono. Nel primo caso il processo √® rappresentato come conseguenza di una condizione sottintesa (per esempio¬†se si presentassero); nel secondo caso il processo √® presentato come pantemporale, al pari di¬†contenga. Rispetto a¬†contenga, qui l’indicativo √® preferibile al congiuntivo perch√© l’antecedente del relativo,¬†quegli strumenti, √® determinato.
Va detto, comunque, che bisogna evitare di subordinare una relativa a un’altra relativa. A questo scopo si pu√≤ sostituire, per esempio,¬†che ci consentono¬†o¬†che ci consentirebbero¬†con¬†utili a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

In diversi dizionari on line ho trovato come sinonimo di sinagoga il termine Chiesa.
Il sito Virgilio sapere Sinonimi mette come sinonimo di moschea chiesa musulmana.
Volevo sapere se il termine chiesa può essere usato come sinonimo di sinagoga.

 

RISPOSTA:

N√© sinagoga, n√© moschea possono essere considerati sinonimi di chiesa e nessuno dei principali dizionari dell’uso mette in relazione sinonimica le tre parole. Chiesa, infatti, designa esclusivamente un edificio destinato al culto cristiano, oppure un gruppo di fedeli che professa la religione cristiana; allo stesso modo, sinagogaindica un edificio consacrato al culto ebraico o la comunit√† ebraica. Si differenzia la parola moschea, che indica soltanto l’edificio caratteristico della religione musulmana senza riferirsi alla comunit√† musulmana.
Raphael Merida

Parole chiave: Lingua e società, Nome
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QUESITO:

Ho un dubbio sull’analisi grammaticale di un nome. Nella frase “I gatti si riunirono e decisero quale nome dare alla gabbianella”, il sostantivo¬†nome¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e nomi astratti √® quasi sempre problematica e discutibile. In questo caso, poi, il problema √® particolarmente complicato, perch√© il nome¬†nome¬†non solo √® una parola, ma identifica metalinguisticamente una parola. Come ogni parola, quindi, ha una forma concreta, che viene pronunciata e sentita con l’udito, oltre che scritta e letta. D’altra parte, ha un significato, ovvero rimanda a un’idea mentale, a sua volta corrispondente alla persona nominata. Si pu√≤, quindi, concludere che il nome¬†nome¬†√® insieme concreto e astratto. Soprattutto, per√≤, si pu√≤ concludere che la distinzione stessa tra nomi concreti e astratti √® un esercizio logico un po’ ozioso, quando non arzigogolato, e di scarso effetto.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Semantica

Quale delle seguenti è una forma passiva del verbo andare?
a) Io vado
b) Io sono andato
c) Andando
d) Nessuna delle precedenti; il verbo andare non ha la forma passiva

La risposta corretta √®¬†d. Il verbo¬†andare¬†non ha la diatesi passiva, come tutti i verbi intransitivi; non √® possibile, infatti, rappresentare il processo dell’andare¬†come subito da qualcuno o qualcosa.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúQuando rientrer√† la mamma, sar√≤ libera dall’impegno di badare al mio fratellino‚Ä̬†di badare al mio fratellino¬†√® da considerarsi una subordinata dichiarativa (in quanto specifica il significato di¬†impegno¬†nella principale) oppure una finale?

 

RISPOSTA:

L’aggettivo¬†libero¬†√® uno di quelli che possono reggere un argomento (come¬†adatto a,¬†degno di,¬†pronto a). Quando l’argomento prende la forma di una proposizione, questa non pu√≤ che essere considerata argomentale, per l’appunto. Tra le argomentali, la dichiarativa √® quella che corrisponde pi√Ļ da vicino alle caratteristiche della proposizione cos√¨ formata.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúChe ore sono?‚ÄĚ √® un‚Äôinterrogativa diretta.
‚ÄúDimmi che ore sono‚ÄĚ √® un‚Äôinterrogativa indiretta perch√© dipende da una principale.
Considerate queste premesse, la frase ‚ÄúMi dici che ore sono?‚ÄĚ Oppure ‚ÄúPuoi dirmi che ore sono?‚ÄĚ ha il punto interrogativo e perci√≤ non dovrebbe essere un‚Äôinterrogativa indiretta, ma allo stesso tempo dipende da una reggente. Come la si pu√≤ interpretare, dunque?
Stesso problema per: ‚ÄúHai visto cosa ha fatto?‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Nella premessa c’√® una imprecisione; una volta rettificata quella la risposta risulta subito evidente. Le frasi con la proposizione interrogativa indiretta non sono interrogative indirette, ma contengono una interrogativa indiretta. La proposizione che regge l’interrogativa indiretta pu√≤ ben essere una interrogativa diretta, quindi richiedere il punto interrogativo alla fine; √® quello che succede in “Mi dici che ore sono?”:¬†Mi dici?¬†√® la proposizione principale, interrogativa diretta, che regge l’interrogativa indiretta¬†che ore sono. Il punto interrogativo, in queste frasi, √® legato alla principale, non alla subordinata. Lo stesso vale per ‚ÄúPuoi dirmi che ore sono?‚ÄĚ e ‚ÄúHai visto cosa ha fatto?‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere la differenza che c’√® tra i due tempi verbali delle due frasi che seguono:

1. Ora Luca mangia un gelato;

2. Ora Luca sta scrivendo al computer.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi descrivono un evento che avviene mentre l’emittente sta parlando o scrivendo, quindi Luca mangia un gelato mentre io sto parlando, o Luca sta scrivendo al computer mentre io mangio. A differenza della prima frase all’indicativo presente (mangia), la seconda √® costruita con la perifrasi progressiva stare + gerundio (sta scrivendo), che indica un processo in corso di svolgimento la cui durata si protrae oltre il momento in cui l’emittente si focalizza.
Raphael Merida

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel periodo: “Avevo visto Mario e gli avevo chiesto di passare dal mio studio, ma non ha portato i documenti che avrei dovuto consultre” la coordinata avversativa¬†ma non ha portato i documenti¬†√® da considerare legata alla coordinata copulativa¬†e gli avevo chiesto¬†oppure alla subordinata oggettiva¬†di passare dal mio studio?

 

RISPOSTA:

La coordinata introdotta da ma è formalmente collegata alla coordinata alla principale e gli avevo chiesto; nessun elemento al suo interno, infatti, può collocarla su un piano della gerarchia sintattica diverso dal primo. Certo, se sottraessimo la subordinata oggettiva, il contenuto della seconda coordinata non sarebbe comprensibile (e gli avevo chiesto, ma non ha portato i documenti); questo, però, è un effetto della forza del legame di subordinazione completivo (quello che lega gli avevo chiesto e di passare dal mio studio), per il quale la reggente risulta incompleta senza la subordinata.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Perché a volte l’articolo si concorda con l’aggettivo (ovvero con la parola che lo segue)? Ad esempio: il tuo amico invece di lo tuo amico, l’ultimo compito da fare invece di il ultimo compito da fare. Si concorda così per evitare la cacofonia?

 

RISPOSTA:

Bisogna distinguere tra l’accordo, che regola la scelta del genere e del numero dell’articolo, e l’armonizzazione della catena fonica, che regola la scelta della forma dell’articolo. L’articolo concorda sempre con il nome; infatti, nei suoi esempi,¬†il¬†e¬†l’¬†sono maschili singolari perch√©¬†amico¬†e¬†compito¬†sono nomi maschili singolari. La forma dell’articolo, poi, cambia a seconda dell’iniziale della parola subito successiva per facilitare la pronuncia dell’intera espressione che contiene l’articolo. L’articolo determinativo maschile singolare, per esempio, ha tre forme:¬†il,¬†lo,¬†l’, ognuna selezionata in base all’iniziale della parola successiva nella frase. Come lei stesso ha notato, del resto, la forma dell’articolo cambia anche se l’articolo √® seguito direttamente dal nome (l’amico, ma¬†il compito); in questo caso, infatti, il nome √® non solo la testa che governa l’accordo, ma anche la parola subito successiva all’articolo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere chiamata¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia. Come devo accordare l‚Äôaggettivo quando mi riferisco a lei? √ą corretto dire ‚ÄúIl mio notaio √® bravissimA / preparatissimA‚ÄĚ o devo usare sempre e solo l‚Äôaggettivo al maschile?

 

RISPOSTA:

L’accordo √® un fenomeno grammaticale; √®, quindi, regolato dal genere, non dal sesso. Questo principio funziona senza sbavature quando i nomi designano oggetti inanimati (“La porta √® rossa” / “Il tavolo √® basso”), e non desta particolari problemi neanche con gli animali (“La giraffa maschio √® altissima”, ma “Il maschio della giraffa √® altissimo”). I dubbi, invece, sorgono nei rari casi in cui un nome che designa una categoria di persone ha un genere che non corrisponde al sesso del designato. L’italiano possiede un piccolo numero di questi nomi (che rientrano nel gruppo dei nomi promiscui, insieme a quelli come giraffa,¬†pavone¬†ecc.), quasi tutti femminili ma riferiti tanto a uomini quanto a donne:¬†la guida,¬†la guardia,¬†la persona¬†e pochi altri. Anche a questi nomi si applica la regola dell’accordo, per cui “Mario √® una guida bravissima / una persona generosa” ecc.
I nomi mobili (come¬†amico¬†/¬†amica) adattano il genere al sesso del designato modificando la desinenza; non hanno, quindi, il problema dell’accordo. In questo gruppo, per√≤, rientrano alcuni nomi di professione e carica pubblica usati al maschile anche quando designano referenti femminili (notaio,¬†architetto,¬†il presidente¬†e tanti altri). Questi nomi non fanno eccezione per l’accordo; Il femminile con nomi maschili va considerato scorretto anche in questi casi: non solo, quindi¬†il notaio¬†sar√† sempre¬†bravissimo¬†e mai¬†bravissima, ma anche la frase iniziale della sua domanda dovr√† essere corretta in “Il mio notaio √® una donna, ma preferisce essere¬†chiamato¬†notaio¬†anzich√©¬†notaia).
L’uso di un nome mobile maschile per un designato femminile – ricordiamo – √® scorretto: cos√¨ come non si pu√≤ dire “Il mio amico Maria √® una ragazza simpatica”, non si pu√≤ dire “Il mio avvocato / notaio / architetto… Maria Rossi √® una professionista eccellente”. La maggiore tolleranza per il maschile sovraesteso di nomi come¬†notaio¬†√® un fatto puramente culturale e non riguarda le regole della lingua italiana. Bisogna, certo, ammettere che le regole della lingua sono permeate dalla cultura; per questo motivo, per esempio, alcune parole usate comunemente in una certa epoca divengono inappropriate e persino censurate in un’altra (inutile fare degli esempi). Se, per√≤, l’italiano √® stato modellato dalla cultura nel senso della sovraestensione del maschile dei nomi di professione in un’epoca in cui questo era normale e accettato, per lo stesso principio il femminile di questi nomi deve tornare a essere usato in un’epoca in cui il pensiero comune √® cambiato.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“L’amore non deve c’entrare mai con il possesso”, una frase ascoltata in un discorso televisivo, ma che mi √® suonata molto cacofonica. √ą corretta la forma? Si sarebbe potuta formulare in modo diverso?

 

RISPOSTA:

La forma, in effetti, √® sempre pi√Ļ comune. Le forme pi√Ļ usate del verbo¬†entrarci, che hanno il pronome proclitico (collocato prima del verbo), nonch√© l’esistenza dell’omofono verbo¬†centrare, stanno probabilmente provocando la ristrutturazione del verbo nella coscienza dei parlanti: da forme come¬†che c’entra, cio√®, si producono sempre pi√Ļ spesso le forme analogiche¬†deve c’entrare¬†e simili. Il conflitto tra le forme analogiche innovative e quelle etimologiche, regolari, √® attestato dalla diffusione di varianti ibride come¬†c’entrarci, ancora meno giustificabili di quelle analogiche.
Attualmente il processo di ristrutturazione del verbo è substandard (ma non possiamo prevedere se in futuro tale processo avrà successo), pertanto le forme indefinite con il pronome proclitico (e nello scritto addirittura univerbato: non deve centrare) non possono essere ritenute accettabili, se non in contesti molto trascurati. Le forme che può prendere il verbo pronominale entrarci sono descritte qui.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio relativo all’analisi grammaticale degli aggettivi possessivi¬†loro¬†e¬†altrui.
Essendo entrambi invariabili vorrei capire se nel momento in cui devo analizzarli √® sufficiente scrivere “aggettivo possessivo invariabile” o se devo anche specificare maschile, femminile, singolare e plurale osservando il nome dell’oggetto posseduto.
Per esempio: “Le formiche portavano delle provviste nel loro formicaio”.
In questa frase devo scrivere: “aggettivo possessivo invariabile” o anche “maschile e singolare” perch√© si riferisce a formicaio, che √® appunto maschile singolare? O lo devo analizzare come femminile plurale perch√© √® riferito a formiche?

 

RISPOSTA:

La questione √® duplice: bisogna capire con quale sintagma concorderebbe¬†loro¬†se fosse variabile e come √® meglio descrivere tale accordo nell’ambito dell’analisi grammaticale. Per il primo punto possiamo servirci di uno stratagemma: osserviamo come si comportano gli aggettivi possessivi variabili in italiano, per esempio nella frase “Abbiamo preso il¬†suo¬†zaino”. Come si vede, la scelta dell’aggettivo √® determinata dalla persona o cosa che detiene il possesso (nella frase lo zaino appartiene a una terza persona, quindi si usa l’aggettivo di terza persona singolare), ma la forma dell’aggettivo dipende dal nome accompagnato (nella frase¬†suo¬†concorda con¬†zaino). Allo stesso modo, nella sua frase¬†loro¬†√® scelto perch√© il possessore √® una terza persona plurale (le formiche), ma se l’aggettivo fosse variabile concorderebbe con¬†formicaio¬†(e lo stesso vale per¬†altrui). Per quanto riguarda la descrizione dell’aggettivo nell’analisi grammaticale,¬†loro¬†deve essere descritto come invariabile; a rigore, infatti, attribuire a¬†loro¬†un genere e un numero √® scorretto, perch√© qualsiasi scelta non corrisponderebbe all’effettiva forma della parola (che, per l’appunto, non ha n√© genere n√© numero).
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla corretta analisi del participio passato nella seguente frase: “Luigi √® stato colpito da una tegola MOSSA dal vento”. il participio¬†mossa¬†lo considero come un predicato verbale che introduce un’altra proposizione di cui¬†dal vento¬†√® una causa efficiente?
In altre parole, può un modo indefinito introdurre un predicato verbale? Ho consultato un paio di grammatiche ma ho sempre trovato esempi con modi finiti.

 

RISPOSTA:

Il participio passato e, in generale, una qualsiasi forma indefinita del verbo possono essere analizzati come predicato verbale (sebbene il participio possa fungere anche da sintagma nominale e aggettivale e l’infinito da sintagma nominale). Nel caso specifico,¬†mossa¬†equivale a¬†che era (stata) mossa, quindi √® il predicato verbale di una proposizione relativa implicita, completata dal complemento di causa efficiente¬†dal vento.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Punteggiatura, Sintassi

QUESITO:

√ą corretto l‚Äôuso della virgola in una frase di questo tipo (dopo il verbo, prima del complemento oggetto ma in presenza di¬†da una parte‚Ķ dall‚Äôaltra)?
‚ÄúIl documento mostra, da una parte il tuo elaborato, dall‚Äôaltra il mio‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

La virgola va evitata, proprio perché separa il complemento oggetto dal verbo. In alternativa si può inserire la locuzione tra due virgole; a quel punto, però, per simmetria si dovrà fare lo stesso con la locuzione correlativa:
‚ÄúIl documento mostra, da una parte, il tuo elaborato, dall‚Äôaltra, il mio‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Avverbio
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QUESITO:

“Parler√≤ soltanto con chi conosca / conoscesse almeno i principi essenziali”.
“Non parler√≤ con chi non conosca / conoscesse almeno i principi essenziali”.
Con chi parlerò?

 

RISPOSTA:

La relativa introdotta da¬†chi¬†ha un valore consecutivo (chi (non) conosca¬†= ‘le persone tali da (non) conoscere’), che giustifica l’uso del congiuntivo. Il tempo del congiuntivo nella relativa √® deittico, cio√® allineato con il tempo extralinguistico: se il¬†conoscere¬†√® presente o futuro (quindi comunque presente ai fini della scelta del tempo del congiuntivo) si dovr√† usare il presente; se, invece, il¬†conoscere¬†√® passato (“parler√≤ ora o domani con chi conoscesse ieri i principi essenziali”), si user√† l’imperfetto. L’imperfetto, per la verit√†, potrebbe essere usato anche per il presente, perch√©¬†chi (non) conoscesse¬†pu√≤ essere interpretato come¬†se qualcuno (non) conoscesse; si tratterebbe, per√≤, di un uso ambiguo e, in pi√Ļ, la sfumatura ulteriore di eventualit√† aggiunta dall’imperfetto sarebbe superflua. In¬†questa risposta¬†pu√≤ trovare la spiegazione di un caso analogo al suo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

In qualche reminiscenza della mia memoria era presente la regola per cui in un elenco si debba mettere solo il primo articolo e i successivi si omettono. Pu√≤ essere che fosse riferito solo al caso in cui l’articolo sia il medesimo per tutti i nomi, non ricordo con esattezza. Perci√≤ √® corretta la seguente frase?
Ha il corpo tozzo, gambe corte e coda lunga.
E questa?
Ha la testa tonda, coda lunga e bocca piccola.

 

RISPOSTA:

L’articolo che accompagna il primo nome di un elenco non dovrebbe valere anche per gli altri nomi dell’elenco, ma ogni nome dovrebbe essere accompagnato dal proprio articolo. Una frase come “Ho comprato il martello, regolo e chiave inglese che mi avevi chiesto” √® chiaramente scorretta; si dice, invece, “Ho comprato il martello, il regolo e la chiave inglese che mi avevi chiesto”. Se tutti i nomi dell’elenco sono dello stesso genere e numero la regola non cambia: ciascuno deve avere il proprio articolo.
Ovviamente, l’articolo va inserito se √® richiesto: nei casi in cui il nome non avrebbe l’articolo fuori dall’elenco esso non lo deve avere neanche nell’elenco. Per esempio, cos√¨ come potrei dire “Ho comprato (dei) chiodi” potrei anche dire “Ho comprato un martello, (dei) chiodi e (dei) ganci”.
I suoi elenchi presentano una specificit√† ancora diversa: sono costruiti in modo da ammettere sia la soluzione con sia quella senza articolo per tutti e tre i membri (anche per il primo):¬†avere¬†(e verbi simili, come¬†presentare,¬†mostrare,¬†essere composto da) seguito da un elemento descrittivo, ma soprattutto da un elenco di elementi descrittivi, √®, infatti, un costrutto quasi cristallizzato con il nome o i nomi senza articolo. Si veda, per esempio, la seguente frase tratta dal sito catalogo.beniculturali.it: “L’oggetto ha¬†bocca piccola¬†con doppio bordo in rilievo,¬†collo lungo, due manici ad ansa”. Si potrebbe argomentare che, stante la possibilit√† di omettere l’articolo per tutti i membri di questo tipo di elenco, si dovrebbe fare la stessa scelta per tutti: o “Ha il corpo tozzo, le gambe corte e la coda lunga” o “Ha corpo tozzo, gambe corte e coda lunga”; per quanto, per√≤, questa soluzione sia ragionevole e per questo preferibile in contesti formali, l’inserimento dell’articolo soltanto per alcuni dei membri dell’elenco non pu√≤ essere considerato una scelta scorretta.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In italiano, se scriviamo la data, per esempio:
Lunedì 18 maggio 2024
dopo lunedì si mette la virgola?

 

RISPOSTA:

Non c’√® una regola codificata per questo caso. Procedendo per analogia, potremmo assimilare la data al nome proprio di una persona:¬†18 maggio 2024¬†equivarrebbe allora al nome e cognome della persona, mentre¬†luned√¨¬†sarebbe un’apposizione, come¬†signor,¬†dottor,¬†avvocata¬†o simili. Come in, per esempio,¬†dottor Mario Rossi, quindi, la virgola in¬†luned√¨ 18 maggio 2024¬†non √® richiesta. Seguendo la stessa analogia, se posponiamo¬†luned√¨¬†la virgola √® necessaria:¬†18 maggio 2024, luned√¨¬†(come¬†Mario Rossi, dottore).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Nome
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nel Credo si dice:¬† ¬ęIl quale fu concepito DI spirito santo nacque da Maria Vergine¬Ľ; sono corrette o sbagliate e perch√©? ¬ęFu concepito Di spirito santo¬Ľ, oppure ¬ędello Spirito santo¬Ľ, ¬ęda spirito santo¬Ľ, o ¬ędallo spirito santo¬Ľ?. Inoltre, ¬ęda Maria Vergine¬Ľ o ¬ędalla Maria Vergine¬Ľ, ¬ędi Maria Vergine¬Ľ o ¬ęDella Maria Vergine¬Ľ? Se invece di ¬ęMaria Vergine¬Ľ si usa ¬ęVergine Maria¬Ľ cambia la preposizione?

 

RISPOSTA:

La preghiera del Credo, nella sua versione ufficiale in italiano, recita: ¬ęPer noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si √® incarnato nel seno della Vergine Maria e si √® fatto uomo¬Ľ. Circolano anche versioni pi√Ļ o meno scorrette di questa preghiera, quali ad esempio: ¬ęfu concepito di Spirito Santo¬Ľ, che √® una cattiva traduzione dal latino ¬ęconceptus est de Spiritu Sancto¬Ľ, in cui de indica in questo caso un complemento di agente (e con moto dall‚Äôaltro verso il basso), traducibile in italiano con la preposizione da e non con la preposizione di. Inoltre, la preposizione in questo caso deve essere articolata: ¬ędallo Spirito santo¬Ľ (e non ¬ęda Spirito santo¬Ľ), in quanto si riferisce a un elemento noto e determinato. Per rispondere alle altre domande, ecco i corretti usi preposizionali in italiano: ¬ęfu concepito dallo spirito santo¬Ľ (tutte le altre forme sono sbagliate); ¬ędalla Vergine Maria¬Ľ e ¬ęda Maria Vergine¬Ľ sono entrambe corrette. In ¬ęMaria Vergine¬Ľ la testa del sintagma √® Maria, che √® un nome proprio e come tale non richiede l‚Äôarticolo, mentre in ¬ęla Vergine Maria¬Ľ l‚Äôarticolo √® necessario in quanto richiesto dal sostantivo vergine. Quindi, analogamente, con le preposizioni: ¬ędella Vergine Maria¬Ľ oppure ¬ędi Maria Vergine¬Ľ (ma non ¬ędi Vergine Maria¬Ľ). L‚Äôordine delle parole non influisce sulla preposizione, ma sull‚Äôarticolo, e dunque sull‚Äôuso della preposizione semplice oppure articolata: di o della, da o dalla ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Una frase come “Nessuna parola, fatto o azione mi hanno ferito” √® corretta? Si pu√≤ concordare l’aggettivo indefinito solo con il nome pi√Ļ vicino?

 

RISPOSTA:

L’accordo tra un aggettivo preposto e un soggetto composto di nomi di genere diverso √® problematico, perch√© il nome pi√Ļ vicino all’aggettivo attrae la concordanza. Se, ad esempio, volessimo definire¬†amatissimi¬†il figlio e la figlia di qualcuno potremmo dire¬†gli amatissimi figlio e figlia¬†(con l’aggettivo al plurale maschile “onnicomprensivo”) o¬†l’amatissimo figlio e l’amatissima figlia; il rischio, per√≤, sarebbe di formare¬†l’amatissimo figlio e figlia, per via dell’attrazione dell’accordo operata dal nome pi√Ļ vicino all’aggettivo,¬†figlio. nel suo caso l’accordo al plurale non √® possibile, visto che¬†nessuno¬†non ha la forma plurale, quindi non rimane che “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi hanno ferito”. La concordanza di¬†nessuno¬†con il solo primo nome, comunque, non pu√≤ dirsi un errore grave: non pregiudica, infatti, affatto la comprensione della frase (gli aggettivi non ripetuti potrebbero essere considerati semplicemente sottintesi).
Aggiungo che anche il verbo¬†avere¬†pu√≤ andare al singolare (“Nessuna parola, fatto o azione mi ha ferito” o “Nessuna parola, nessun fatto o nessuna azione mi ha ferito”); il singolare, si badi, √® dovuto non all’accordo con il solo primo soggetto, bens√¨ all’accordo con ciascun soggetto uno alla volta, visto che i tre nomi sono presentati come uno in alternativa all’altro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Si dice ¬ęha constatato che il sig. X fosse presente¬Ľ o ¬ęha constatato che il sig. X era presente¬Ľ?

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono corrette: quella al congiuntivo √® pi√Ļ formale, ma quella all‚Äôindicativo √® pi√Ļ comune. Nelle subordinate completive l‚Äôindicativo e il congiuntivo sono intercambiabili, sebbene con gradi di accettabilit√† differenti a seconda del verbo reggente e anche del fatto che vi sia o no la negazione, oltre che in base al grado di formalit√†. Con la negazione, per esempio, il congiuntivo √® sempre preferibile: ¬ęNon ha constatato se X fosse presente¬Ľ. Con la negazione, tra l‚Äôaltro, la completiva non √® un‚Äôoggettiva, bens√¨ una interrogativa indiretta, introdotta da se. Nelle frasi affermative, vi sono verbi che ammettono, e quasi prediligono, l‚Äôindicativo, quali constatare, appurare, dire, vedere, sentire (una frase come ¬ęsento che Luca sia affannato¬Ľ, ancorch√© non erronea, √® al limite dell‚Äôinaccettabile, in un italiano comune); e verbi che invece preferiscono il congiuntivo (la maggior parte: volere, temere, credere, pensare, ritenere, dubitare, sognare‚Ķ). In linea di massima, i verbi che esprimono una percezione diretta della realt√† prediligono l‚Äôindicativo (tranne che con la negazione), mentre i verbi che esprimono un‚Äôipotesi, un timore, una volont√† e simili prediligono il congiuntivo. Oltre che dal grado di formalit√†, la presenza dell‚Äôindicativo o del congiuntivo nelle subordinate, dunque, non dipendono tanto dal grado di certezza (come erroneamente spesso si dice), quanto dalla percezione pi√Ļ o meno diretta. Se dipendesse dalla certezza, allora frasi come le seguenti sarebbero impossibili: ¬ęcredo fermamente che Dio esista¬Ľ; ¬ęho sognato che volevi uccidermi¬Ľ, mentre invece sarebbero poco naturali ¬ęcredo fermamente che Dio esiste¬Ľ e ¬ęho sognato che volessi uccidermi¬Ľ. Questo perch√© sognare si riferisce comunque al frutto di una percezione diretta, mentre il verbo credere (cos√¨ come avere fede), pur non mettendo in dubbio il frutto di quanto viene creduto, lo esprime comunque con un verbo che indica una elaborazione del pensiero (come pensare). ¬†

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Avrei bisogno di un chiarimento in seguito ad un diverbio per l’uso del verbo avere dopo la preposizione se.

Durante una conversazione riguardante una persona che dovrebbe unirsi a me e ad altre persone per un viaggio (persona con un atteggiamento poco incline al girare a piedi una citt√†) √® stata detta la seguente frase ¬ęcerto, se avrebbe anche a Londra questa visione di visitare la citt√† meglio che non venga¬Ľ, volevo sapere se ¬ęavrebbe¬Ľ usato in questa maniera diciamo ipotetica pu√≤ essere giusta o se si sarebbe dovuto usare ¬ęse avesse¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La congiunzione (e non preposizione) se, in questo caso, introduce la protasi di un periodo ipotetico e dunque non pu√≤ mai reggere un condizionale, ma soltanto un congiuntivo, oppure un indicativo: ¬ęse avesse‚Ķ sarebbe meglio¬Ľ, ¬ęse ha‚Ķ √® meglio¬Ľ. Le ragioni dell‚Äôerrore sono facilmente intuibili: il/la parlante coglie la dubitativit√† dell‚Äôevento e la esprime dunque la condizionale: ¬ępotrebbe avere anche a Londra questa visione‚Ķ allora √® meglio che non venga¬Ľ. Tuttavia, come ripeto, dato che il periodo √® ipotetico, dopo se √® ammissibile soltanto o l‚Äôindicativo o il congiuntivo, mai il condizionale. Peraltro, se si vuole rendere a pieno la modalit√† della protasi, in questo contesto, a met√† tra il volitivo e l‚Äôepistemico, la soluzione migliore sarebbe la seguente: ¬ęCerto, se deve avere anche a Londra questa visione di visitare la citt√†, √® meglio che non venga per niente¬Ľ.

Fabio Rossi

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me, che non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Non so se la costruzione sia corretta. Non ravviso niente di illogico o di irregolare in essa; tuttavia non sono convinta che, dal punto di vista grammaticale, il riferimento del ¬ęche¬Ľ sia valido.

La frase, parafrasata, sarebbe questa:

¬ęQuesta critica √® rivolta a me. Io non ho seguito i tuoi consigli¬Ľ.

Ma nell’esempio, il ¬ęche¬Ľ, se non erro, si riferisce a un soggetto non espresso. Mi domando se la mia osservazione sia giusta.

 

RISPOSTA:

La frase √® ben formata e il che non si riferisce a un soggetto non espresso, bens√¨ a un complemento di termine (della reggente), svolgendo tuttavia la funzione di soggetto della subordinata relativa. Il fatto che l‚Äôantecedente del relativo (cio√® il nome cui il relativo si riferisce) sia in un complemento indiretto non crea alcuna difficolt√†; l‚Äôimportante √® che il pronome relativo, all‚Äôinterno della proposizione relativa, svolga il ruolo o di soggetto o di oggetto, e nessun altro (salvo eccezioni d‚Äôambito colloquiale e al limite dell‚Äôaccettabilit√†). Dunque, sarebbe substandard un esempio del genere: ¬ęla critica √® rivolta a me, che non me ne importa niente¬Ľ (cio√® ¬ęa cui non importa niente¬Ľ). In questo caso, saremmo di fronte a una cosiddetta relativa debole, o che polivalente, da evitare nello stile formale o anche di media formalit√†.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nel linguaggio, spesso frettoloso e trascurato, della messaggistica, ho ravvisato esempi del genere:

1) Visto due film, stasera: spettacolari.

2) Fatto. Comprato pane e marmellate.

Si tratta evidentemente di due casi in cui si √® scelto di omettere l’ausiliare coniugato.

(Ho) visto due film. (Ho) comprato pane e marmellate.

Innanzitutto, vi domando se le costruzioni così presentate sono corrette.

Se si volesse unire l’economicit√† della comunicazione, che sembra essere fondamentale in questo contesto, con il rispetto della sintassi, si potrebbe optare, secondo voi, per il compromesso di flettere il participio passato secondo il genere e il numero?

Dal punto di vista della brevit√† (e dell’immediatezza) non ci sarebbero differenze.

3) Visti due film, stasera: spettacolari.

4) Fatto. Comprati pane e marmellate.

 

RISPOSTA:

Entrambe le costruzioni (visto/visti, fatto/fatti) sono corrette, ma non v‚Äô√® dubbio sulla maggiore formalit√† della seconda, che dunque √® da preferire. Infatti, mentre nel primo caso (¬ęvisto due film¬Ľ, ¬ęcomprato pane e marmellate¬Ľ) l‚Äôunico modo per giustificare la presenza del participio passato √® quello di ricorrere all‚Äôellissi dell‚Äôausiliare, col risultato di ottenere una frase telegrafica e, in quanto tale, traballante, assolutamente da evitare nello stile anche di media formalit√†, nel secondo caso, invece, il participio passato al plurale, e cio√® accordato col soggetto di una frase passiva (¬ęsono stati visti due film¬Ľ, ¬ęsono stati comprati pane e marmellate¬Ľ), √® perfettamente standard e adatto a qualunque contesto, interpretabile come costrutto implicito, senza bisogno di invocare l‚Äôellissi dell‚Äôausiliare. Tant‚Äô√® vero che le stesse proposizioni potrebbero trovarsi come subordinate implicite: ¬ęvisti due film, sono poi andato a letto¬Ľ; ¬ęcomprati pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ. La stessa possibilit√† √® negata al participio singolare maschile, che in questo caso sarebbe agrammaticale: *¬ęvisto due film, sono poi andato a letto¬Ľ; *¬ęcomprato pane e marmellate, sono pronto per una bella colazione¬Ľ

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho una domanda riguardante la seguente frase, tratta da The Game di Alessandro Baricco:

L’istinto era quello di fermarli. Il pregiudizio, diffuso, quello che fossero dei distruttori punto e basta.

Nella frase,¬†quello che fossero equivale a (l’istinto) era che fossero (l’uso del congiuntivo imperfetto √® stilistico e non √® semantico). La mia confusione riguarda il fatto che in quello che il che √® un pronome relativo, mentre nella mia versione della frase il che √® una congiunzione. Nella frase originale perch√©¬†che √® un pronome relativo?¬†Non riesco a sostituirlo con il quale. A che cosa si referisce quello? Potrebbe farmi un altro esempio in cui quello che viene usato come nella frase di Baricco?

 

RISPOSTA:

Nella frase originale, quello serve a ripetere il sintagma l’istinto. Questa ripetizione √® possibile (anche se appesantisce la sintassi) e pu√≤ servire a far risaltare il sintagma ripreso. Essa, per√≤, non √® necessaria e non cambia la natura della proposizione introdotta da che; il che, infatti,¬†non si riferisce a¬†quello (infatti non pu√≤ essere sostituito da¬†il quale), ma √® una congiunzione, proprio come nella versione modificata. La proposizione introdotta da¬†che √® una completiva: nella variante con quello √® una dichiarativa; nella variante senza quello viene considerata soggettiva, anche se sostituisce una parte nominale (per un approfondimento si veda questa risposta). Frasi come quella da lei citata potrebbero essere “La paura era quella di non riuscire a vincere”; “La paura era quella che la mia squadra non avrebbe vinto”.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nel seguente esempio la proposizione che inizia con dovreste esprime una possibilità, giusto?

Non mi pare che dovreste avere troppa difficoltà a collocare una trama sopra delle note (M. Morazzoni).

√ą¬†possibile formulare la proposizione senza dovere (“Non mi pare che avreste troppa difficolt√† a collocare una trama sopra delle note”)?

Un altro esempio: “Penso che Mario potrebbe¬†uscire stasera” (possibilit√†); se cambio la frase con “Penso che Mario uscirebbe stasera” dovrei esplicitare una condizione, ad esempio se avesse tempo?

Nella frase ‚ÄúIo penso che dovremmo tenerla unita, questa fortuna, tenere insieme i figli, e le donne e noi stessi, tutti insieme” (U. Riccarelli), mi¬†sembra che dovremmo esprima in modo cordiale un consiglio invece che una possibilit√†. Per questo tipo di completiva penso che sia necessario usare dovere, potere, o volere e non sarebbe possibile scrivere la proposizione senza un verbo servile; giusto?

 

RISPOSTA:

I verbi servili aggiungono sempre una sfumatura di significato al verbo che reggono. Nella prima frase,¬†dovreste rappresenta il non avere difficolt√† come ipotizzato dall’emittente, quindi che il parlante √® incerto se quello che sta dicendo si avverer√†. Il condizionale, in questo caso, non √® legato a una premessa, ma esprime il dubbio dell’emittente (come se nella frase fosse sottinteso se avessi ragione, se la mia idea fosse corretta o simili). Se eliminiamo il verbo servile, viene meno la sfumatura ipotetica; avreste indicherebbe che il non avere difficolt√† √® la conseguenza di una premessa. Tale premessa dovrebbe essere esplicitata, altrimenti la frase rimane in sospeso. Lo stesso vale per la seconda frase: come da lei proposto, il servile potere rappresenta l’uscire come potenziale; senza il servile,¬†uscirebbe diviene la conseguenza di una premessa che deve essere esplicitata.

Nella terza frase,¬†dovremmo esprime ancora un’ipotesi dell’emittente; visto il significato della frase, per√≤, in questo caso l’ipotesi √® interpretata automaticamente come un auspicio, quindi anche come un invito all’interlocutore a realizzare il contenuto della frase. Anche qui senza il verbo servile il tenerla unita e le altre azioni diventerebbero conseguenze di premesse che devono essere esplicitate. Ovviamente, se sostituiamo dovere con un altro verbo servile il significato della frase cambia: con¬†potere l’invito si trasforma in una possibilit√†, con volere in un desiderio.

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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QUESITO:

Se ho un discorso diretto interrotto da un inciso, come “Prendi il libro”, disse la mamma, “E mettiamoci al lavoro”, √® necessario scrivere la¬†e¬†maiuscola anche se la frase √® iniziata nel discorso diretto precedente?

 

RISPOSTA:

Non √® necessario, proprio in considerazione del fatto che il discorso continua dal blocco precedente. Anche l’uso della maiuscola, del resto, non pu√≤ dirsi scorretto, visto che si tratta comunque di un blocco di discorso diretto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Ho un dubbio su questa frase: ¬ęLa funzionalit√† non protegge gli altri servizi e app¬Ľ.

√ą corretto indicare ¬ęaltri¬Ľ al maschile anche se app √® al femminile? Oppure √® meglio dire: ¬ęLa funzionalit√† non protegge gli altri servizi e le altre app¬Ľ? Qual √® la regola grammaticale al riguardo?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, ma la seconda √® pi√Ļ formale. L‚Äôitaliano prevede il maschile sovraesteso in caso di due o pi√Ļ elementi di genere diverso. Certamente, per√≤, la forma ¬ęgli altri servizi e le altre app¬Ľ √® preferibile, soprattutto perch√©, nel caso di due soli elementi, non allunga troppo il testo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Accordo/concordanza, Registri
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su due frasi:

1) per me hai ragione tu

2) si studia per sé e non per gli insegnanti

 

RISPOSTA:

L’analisi logica delle due frasi è la seguente: 1) hai ragione: predicato verbale; tu: soggetto; per me: complemento di limitazione. 2) Il periodo è composto da due proposizioni; una reggente e una coordinata. Analisi logica della reggente: si studia: predicato verbale; per sé: complemento di vantaggio; e non (si studia): predicato verbale sottinteso; per gli insegnanti: complemento di vantaggio.

Fabio Rossi

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

“Mario √® nato al rombo del cannone” o “Mario era nato al rombo del cannone”? A mio parere la prima espressione √® corretta a patto che Mario sia ancora in vita, la seconda invece √® da preferirsi qualora Mario sia ormai defunto. Vorrei sapere se questa mia opinione √® corretta.

 

RISPOSTA:

La sua interpretazione, ancorch√© non del tutto priva di qualche intuizione, √® troppo rigida e quindi, s√¨, infondata nella sua assolutezza. Sebbene il passato prossimo indichi di norma una conseguenza o una ricaduta (talora in verit√† pi√Ļ teorica, o ‚Äúpragmatica‚ÄĚ, che reale) dell‚Äôazione al passato sul tempo presente, e il remoto tenda a escludere, invece, tale ricaduta, i due tempi sono ampiamente intercambiabili in italiano (tranne che per verbi dal significato decisamente durativo, non puntuale, quali capire e sentire in espressioni quali hai capito, hai sentito e simili, decisamente substandard, o regionali, se al passato remoto in certi contesti: *capisti, *sentisti e simili), con una maggiore formalit√† per il passato remoto. Quindi, anche per una persona defunta, posso ben dire, per esempio: ¬ęGiacomo Leopardi √® nato a Recanati¬Ľ (e non necessariamente ¬ęnacque¬Ľ). Quanto al trapassato prossimo, esso implica di norma il rapporto di anteriorit√† rispetto ad altro evento sempre al passato. Nel suo esempio, peraltro sempre corretto, dunque, ¬ęera nato¬Ľ non ha nulla a che vedere col fatto che Mario sia morto o vivo e vegeto, bens√¨ con l‚Äôeventuale prosecuzione del discorso, al passato, con altre azioni o eventi legati a Mario: ¬ęera nato al rombo del cannone mentre era in corso la seconda guerra mondiale¬Ľ.

Fabio Rossi

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QUESITO:

1. Seppur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.
Mi è capitato di sentire delle frasi del genere e mi chiedevo se fossero corrette.
Per me, le uniche due versioni corrette sono quelle formate da “seppure” + verbo di modo finito e “pur(e)” con gerundio:
2. Seppure io abbia sbagliato, ho fatto tutto in buona fede.
3. Pur sbagliando, ho fatto tutto in buona fede.

 

RISPOSTA:

La frase 1. √® senza dubbio scorretta; la 2. e la 3., invece, sono ben formate. Le proposizioni concessive esplicite, come nel caso di 2., possono avere il verbo al congiuntivo o all’indicativo, a seconda delle congiunzioni dalle quali sono introdotte. Reggono il congiuntivo, per esempio, le congiunzioni seppure, sebbene, malgrado ecc.: “Seppure/Sebbene/Malgrado abbia sbagliato”; regge l’indicativo una locuzione congiuntiva come anche se: “Anche se ho sbagliato”. Le concessive implicite, come nel caso di 3., sono costruite invece con il gerundio (o con il participio e in rari casi con l’infinito) preceduto da un connettivo come pure: questa costruzione √® possibile soltanto nel caso in cui il soggetto della concessiva coincida con quello della reggente.
Raphael Merida

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QUESITO:

Una giornalista, alla radio, ha detto: ¬ęEra un artista che metteva tutti i suoi discepoli a proprio agio¬Ľ. Forse sono troppo pedante, fossilizzandomi sulle regole della sintassi e trascurando cos√¨ il messaggio che il parlante voleva chiaramente suggerire, o, forse, sono io a essere in errore; ma quell’aggettivo, proprio, non dovrebbe riferirsi al soggetto?

Se cos√¨ fosse, il significato della frase sarebbe alquanto bizzarro: l’‚Äúagio‚ÄĚ sarebbe stato dell’artista stesso invece che dei discepoli di quest’ultimo. Al posto della giornalista, avrei detto ¬ęa loro agio¬Ľ.

 

RISPOSTA:

Ha perfettamente ragione, proprio √® un errore, perch√© pu√≤ riferirsi soltanto al soggetto della proposizione nella quale √® inserito. Viceversa, a volte in luogo di proprio √® ammesso anche loro, se non genera equivoci: ¬ęgli studenti, con le loro brave cartelle sulle spalle¬Ľ (o ¬ęproprie cartelle¬Ľ).

Fabio Rossi

Parole chiave: Aggettivo
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QUESITO:

Ieri ho scritto la seguente frase in un mio elaborato: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per farne ritorno alle 12¬Ľ.

La particella ne equivale, in questo caso, a ‚Äúin‚ÄĚ o eventualmente ad ‚Äúa‚ÄĚ: ‚Äú(‚Ķ) per fare ritorno in casa/a casa‚ÄĚ.

La costruzione è corretta?

 

RISPOSTA:

No, la forma corretta, semmai, sarebbe: ¬ę‚Ķper farvi ritorno‚Ķ¬Ľ. La particella pronominale atona ne, infatti, pu√≤ pronominalizzare un complemento di moto da luogo (¬ęand√≤ a Roma e ne ripart√¨ subito dopo¬Ľ, cio√® ripart√¨ da Roma), oppure un complemento partitivo: ¬ęQuanta ne vuoi? Ne vuoi una fetta?¬Ľ; o qualche altro complemento (per es. di argomento). Ci e vi, invece, pronominalizzano i complementi di stato in luogo, moto a luogo e moto per luogo. Peraltro, nel suo esempio, neppure vi sarebbe il massimo, ma suonerebbe un po‚Äô ridondante e burocratico: che bisogno c‚Äô√®, infatti, di specificare il luogo? √ą ovvio che torni a casa. E inoltre, √® proprio necessario quel brutto verbo supporto, da antilingua calviniana, fare ritorno? Senta com‚Äô√® pi√Ļ naturale cos√¨: ¬ęUsc√¨ di casa alle 10 per ritornare alle 12¬Ľ. Evviva la semplicit√†!

Fabio Rossi

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QUESITO:

Volevo sapere quale delle due forme √® corretta: ¬ęl‚Äôautobus/il treno viene¬Ľ o ¬ęl‚Äôautobus/il treno arriva¬Ľ. E se solo una delle due forme √® corretta vorrei capire perch√© l‚Äôaltra non lo √®.

 

RISPOSTA:

Le frasi sono entrambe corrette, dal momento che, tra le varie accezioni (cio√® significati) di entrambi i verbi venire e arrivare ve n‚Äô√® almeno una in comune (cio√® quella di ‚Äėgiungere in un luogo‚Äô), in cui, dunque, i due verbi sono sinonimi. Tuttavia, dato che, com‚Äô√® noto, la sinonimia perfetta non esiste, va tenuto conto dei contesti in cui entrambi i verbi sono usati normalmente dai parlanti. Se se ne tiene conto, la differenza tra i due √® schiacciante: con i mezzi di trasporto, arrivare √® di gran lunga pi√Ļ frequente di venire, con migliaia (in qualche caso decine di migliaia) di occorrenze di scarto (dati facilmente verificabili in Google ricercando viene/arriva l‚Äôautobus/il treno). Perch√©? √ą pressoch√© impossibile rispondere a questa domanda, visto che la lingua evolve con percorsi non sempre lineari n√© analizzabili logicamente. Probabilmente i parlanti associano a venire (sempre in base alla frequenza e ai contesti d‚Äôuso) un tratto di maggiore ‚Äėumanit√†‚Äô, cio√® preferiscono quel verbo con soggetti umani o animati e con un certo scopo del movimento, laddove arrivare, invece, implica la sola idea di spostamento da un punto a un altro, con particolare riferimento alla meta. Infatti, se in Google si fa la ricerca ‚Äúil treno che arriva/viene da‚ÄĚ, ecco che la frequenza si inverte: viene √® pi√Ļ frequente di arriva, perch√©, evidentemente, sottolineando la provenienza, si d√† un valore semantico maggiore allo scopo o quantomeno alla natura dello spostamento. Morale della favola: i verbi sono corretti entrambi, ma √® meglio usare arrivare, con i mezzi di trasporto, a meno che non ne si specifichi la provenienza.

Un‚Äôaltra piccola osservazione a margine riguarda l‚Äôordine dei sintagmi della frase con questi due verbi, che √® preferibilmente quella verbo-soggetto, piuttosto che quella, canonica, soggetto-verbo. Questo accade perch√© arrivare e venire sono verbi inaccusativi, cio√® intransitivi con ausiliare essere, che, come tali, trattano il soggetto perlopi√Ļ come elemento nuovo, piuttosto che come dato, e dunque un po‚Äô alla stregua di un oggetto (per semplificare al massimo un fenomeno sintattico e pragmatico in verit√† molto complesso). Quindi: ¬ęarriva il treno/l‚Äôautobus¬Ľ √® un enunciato molto pi√Ļ frequente e naturale di ¬ęil treno/l‚Äôautobus arriva¬Ľ, se non segue altro sintagma, come per esempio ¬ęl‚Äôautobus arriva tra cinque minuti/subito¬Ľ, in cui invece l‚Äôordine preferito √® quello soggetto-verbo.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi logica, Tema e rema, Verbo
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Categorie: Morfologia, Semantica

QUESITO:

  1. Esiste una varietà di discipline, quali quelle umanistica, artistica e scientifica.

Vorrei sapere se la costruzione è corretta, o se sarebbe consigliato strutturarla in maniera leggermente diversa sul piano della flessione.

  1. Esiste una varietà di discipline, quale quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.
  2. Esiste una varietà di discipline, quali quella umanistica, quella artistica e quella scientifica.

 

RISPOSTA:

La 1 e la 3 sono parimenti corrette, mentre la seconda presenta un errore di accordo in quale, che deve concordare con discipline, da cui dipende, e non con quella n√© con variet√†. In verit√†, pur corrette, la prima e la terza frase sono entrambe un po‚Äô faticose e ridondanti, soprattutto la terza, per via della ripetizione di quella. Forse si potrebbe snellire il tutto cos√¨: ¬ęci sono diversi ambiti disciplinari: umanistico, artistico e scientifico¬Ľ. In effetti, pi√Ļ che di disciplina, si sta qui trattando di ambiti disciplinari (ciascuno strutturato, al suo interno, in diverse discipline: la letteratura, la filologia ecc.; la biologia, la fisica ecc.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Le mogli litigano con i mariti.

Le fidanzate ballano con i fidanzati.

Le mamme aspettano i figli all’uscita della scuola.

Vorrei sapere se questi tre esempi (che sono solo alcuni tra i tanti ricavabili nei contesti pi√Ļ disparati) creano, per cos√¨ dire, delle relazioni semantiche ridondanti tra le ‚Äúcategorie‚ÄĚ che citano all’interno della medesima frase.

√ą evidente che una moglie √® tale se e solo se sussiste un marito, e lo stesso dicasi per una mamma in funzione di un figlio, ecc.

Non sarebbe stato sufficiente, e forse anche meno ridondante, citare una categoria pi√Ļ ‚Äúampia‚Äú (una delle due, o quella del soggetto o quella dell’oggetto), senza per questo disperdere la semantica generale della frase?

Le donne litigano con i (propri) mariti.

Le fidanzate ballano con i (propri) fidanzati.

Le donne (le ragazze) aspettano i (propri) figli…

Quali soluzioni suggerireste?

 

RISPOSTA:

L‚Äôeliminazione della ridondanza √® un proposito decisamente salutare nella scrittura, sebbene nessuna lingua possa eliminarla del tutto: il rumore di fondo (cio√® la ridondanza) talora serve a far capire meglio i concetti e a veicolare meglio gli atti comunicativi. Nei casi dai lei proposti mi sembra che il suo giudizio sia forse un po‚Äô troppo severo, e oltre tutto nel secondo caso non propone (forse per mero refuso) alcuna alternativa: ¬ęle fidanzate ballano con i fidanzati¬Ľ (forse voleva intendere le ragazze?). Quello che risulterebbe invece davvero inutilmente ridondante sarebbe ¬ępropri¬Ľ: √® infatti del tutto controintuitivo che le fidanzate ballino con fidanzati altrui, o che le mogli litighino con mariti altrui ecc. Sicuramente, le altre sue alternative sono possibili, e il senso non ne risentirebbe (grazie all‚Äôinferenza semantica del contesto, come lei stessa ben intuisce). Tuttavia, non mi sentirei di affermare che ¬ęle donne litigano con i mariti¬Ľ sia migliore di ¬ęle mogli litigano con i mariti¬Ľ ecc. Anzi, tutto sommato, la seconda alternativa mi sembra pi√Ļ precisa, e dunque preferibile: ¬ęle ragazze aspettano i figli¬Ľ potrebbe addirittura ingenerare l‚Äôequivoco di interpretare ¬ęragazze¬Ľ come ‚Äėbaby-sitter‚Äô (per esempio) che aspettano figli di altre. E simili.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Retorica
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QUESITO:

Vorrei chiedere un parere su questa frase: “Io da piccolo ero geloso di mio cugino, ma con il passare degli anni noi abbiamo creato un legame che oggi √® saldo. Nel 2021 lui aveva subito un incidente e sua moglie non mi aveva avvisato, lo avevo saputo solo quando i vicini mi informarono. Andai subito a trovarlo.”
Non si dovrebbe usare solo il passato remoto (subì, avvisò, seppi)?

 

RISPOSTA:

No, perch√© il trapassato prossimo serve a indicare un evento passato rispetto a un altro, anch‚Äôesso passato. In questo caso l’evento dell’incidente √® trapassato perch√© √® precedente all’altro evento, quello dell’informare.
Raphael Merida

Parole chiave: Coerenza, Verbo
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QUESITO:

Gradirei sapere quale dei due termini che vi proporr√≤ √® il pi√Ļ adeguato per definire la seguente condizione: vi sono delle perdite di acqua in un appartamento, il muro √® fessurato eccetera. Orbene, definendo questa situazione, √® pi√Ļ corretto parlare di problemi edilizi o architettonici oppure entrambi i termini sono corretti?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che un dubbio linguistico il suo esempio riguarda un problema ingegneristico. Perdite d’acqua o fessurazioni nel muro, infatti, possono coinvolgere sia l’edilizia sia l’architettura e per definire con precisione il problema sarebbe bene conoscerne la natura attraverso un’analisi dettagliata. Sia la parola edilizia sia la parola architettura richiamano il concetto di ‘tecnica e arte della costruzione di edifici’, ma la prima si concentra sulla costruzione fisica dell’edificio e la seconda sull’estetica e sulla funzionalit√† degli spazi. A prima vista, si potrebbe dire che i problemi di infiltrazione o di fessurazione nel muro siano pi√Ļ legati a un problema edilizio. Tuttavia, se le fessurazioni sono il risultato di una cattiva progettazione strutturale, potrebbe trattarsi di un problema architettonico, e quindi potrebbe sovrapporsi al problema edilizio. In conclusione, non √® possibile assegnare un aggettivo adeguato in base a un contesto cos√¨ generico.
Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą possibile dire ¬ęVorrei che faccia¬Ľ invece che ¬ęVorrei che tu facessi¬Ľ? √ą corretto pensare che il congiuntivo presente dia al mio desiderio una sfumatura di maggiore cogenza, un senso imperioso? Normalmente, da quello che trovo anche nelle grammatiche, si usa il congiuntivo imperfetto nella subordinata, poich√© l‚Äôevento √® dato come realizzabile solo se si attua il mio desiderio. Ma nel caso in cui io parlante intenda il mio vorrei come ‚Äėobbligo‚Äô, e usi il condizionale solo in quanto formula di cortesia, √® accettato il congiuntivo presente? In sintesi: √® un vero e proprio errore usare il congiuntivo presente nella frase citata in apertura, o si tratta di una forma poco usuale, ma in alcuni casi prevista e possibile? Si tratta di un problema di grammatica o di semantica?

 

RISPOSTA:

Come spesso accade, di errori veri e propri nella lingua ve ne sono pochi; il pi√Ļ delle volte si tratta di variet√†, impropriet√†, sfumature. In questo caso, se non errato, l‚Äôuso del presente congiuntivo in associazione col condizionale presente, possibile in astratto, √® improprio e decisamente minoritario (nelle persone colte), sia per ragioni semantiche, sia per ragioni grammaticali, o per meglio dire di analogia con altri costrutti che associano congiuntivo a condizionale. Dal punto di vista semantico, come giustamente ricorda lei, la spiegazione che si d√† al condizionale √® che il parlante/scrivente ¬ęmostra di credere poco alla realizzabilit√† del proprio desiderio, lo d√† quasi come fosse gi√† alle spalle¬Ľ (L. Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 63). Pu√≤ trovare approfondimenti al riguardo in numerose altre domande di DICO, riassunte qui. Quel che pi√Ļ conta, per√≤, √® l‚Äôuso dei parlanti e degli scriventi, pi√Ļ che le loro eventuali intenzioni recondite. Nell‚Äôuso comune, quando compare il condizionale presente nella reggente, scatta quasi sempre l‚Äôuso combinato del congiuntivo imperfetto. Perch√©? Evidentemente per via del costrutto che pi√Ļ d‚Äôogni altro (come frequenza d‚Äôuso) combina i due modi e tempi, vale a dire il periodo ipotetico del secondo tipo (il pi√Ļ frequente dei periodi ipotetici): ¬ęverrei se potessi¬Ľ (e non ¬ęse possa¬Ľ!). Per questa ragione, i parlanti e gli scriventi colti (e conseguentemente le grammatiche) associano all‚Äôuso combinato di condizionale presente pi√Ļ congiuntivo presente un valore di estrema trascuratezza, prossimo all‚Äôerrore. La giustificazione che lei d√† dell‚Äôopzione del congiuntivo presente √® ineccepibile, ma logicistica: le lingue non funzionano con astratte logiche a posteriori, bens√¨ in base a consuetudini consolidate.

Fabio Rossi

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QUESITO:

Ho sempre detto, e credo anche scritto sprono, inteso come sostantivo, sinonimo di stimolo. Poi, di recente, un amico mi ha detto che non ha mai sentito sprono ma solo sprone. Ho cercato un po’ dappertutto. In effetti pare che si dica solo sprone. Eppure questa “mia” variante pensavo fosse corretta. Posso credere che sia solo un po’ desueta?¬†

 

RISPOSTA:

No, il sostantivo sprone √® una variante della parola sperone con la quale condivide il significato di ‘arnese per stimolare i fianchi della cavalcatura’; da questo significato, successivamente, sprone ha sviluppato quello figurato di ‘incitamento, stimolo’ (“Il suo √® esempio √® di sprone per tutti noi”). Morfologicamente, quindi, la parola corretta √® sprone e non sprono.

Quest’ultima non √® attestata, se non anticamente e in sporadici casi, stando al Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia. La confusione fra sprone e sprono √® facilmente intuibile per due ragioni: per la particolarit√† dei nomi di III classe, cio√® nomi maschili che terminano in –e al singolare e in –i al plurale (sprone/sproni; occasione/occasioni ecc.); per la possibile attrazione della prima persona singolare del verbo spronare, cio√® sprono.
Raphael Merida

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Si dice “L’idea che era scomparso o che fosse scomparso mi rendeva triste”?

 

RISPOSTA:

Entrambe le forme sono corrette: si tratta soltanto di una differenza diafasica, cio√® l’indicativo √® meno formale, il congiuntivo pi√Ļ formale.
Pu√≤ approfondire l’argomento, molto presente nel nostro Archivio, digitando nel campo di ricerca “indicativo congiuntivo”.
Raphael Merida

Parole chiave: Verbo
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Categorie: Morfologia

QUESITO:

Tra i vari usi del condizionale troviamo anche quello, tipico del linguaggio giornalistico, di illustrare un fatto ipotetico, di cui non si ha pertanto elementi che possano attestare il suo essersi verificato.

Ho però notato che talvolta si tende a costruire interi periodi con questo modo verbale, trasformando tutte le azioni descritte come dubbie, anche quelle che, al contrario, sono oggettive.

Mi spiego con un esempio.

‚ÄúTizio avrebbe affermato tutto ci√≤ tra il 2002 e il 2005 quando avrebbe ricoperto il ruolo di assessore.”

Se non √® sicuro che Tizio abbia affermato qualcosa in quel periodo di tempo (di qui l’impiego inappuntabile del condizionale), √® certo che Tizio abbia (o ha) ricoperto, in quegli anni, il ruolo di assessore.

La subordinata temporale non avrebbe dovuto essere costruita con l’indicativo?

 

RISPOSTA:

Ha ragione. I giornalisti abusano del condizionale di distanziamento al punto da estenderlo spesso arbitrariamente anche a contesti nei quali andrebbe usato l’indicativo, dal momento che non v’è alcun dubbio sulla veridicità o oggettività dell’evento riportato.

L‚Äôesempio da lei riportato andrebbe corretto come segue (con l‚Äôimperfetto, per√≤, data la continuit√† nel passato): ¬ęTizio avrebbe affermato tutto ci√≤ tra il 2002 e il 2005, quando ricopriva il ruolo di assessore¬Ľ.

Pi√Ļ che di eccesso di scrupolo e ci cautela, ovvero la volont√† di non sbilanciarsi nel dare per veritiere notizie ancora non provate, direi che agisca qui la forza dell‚Äôabitudine e della stereotipia: il condizionale viene associato (dalle penne meno esperte) cos√¨ stabilmente allo stile giornalistico da divenirne un contrassegno (quasi ipercorrettistico) anche praeter necessitatem.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se la costruzione implicita ¬ęSpero di incontrarci¬Ľ possa essere giudicata, in astratto, corretta, o almeno accettabile, quale alternativa alla certamente pi√Ļ comune ¬ęspero che possiamo incontrarci¬Ľ. Considerando che i soggetti di principale e subordinata coincidono, non dovrebbe essere, a rigore, una soluzione valida?

 

RISPOSTA:

La costruzione implicita non è corretta perché non vi è identità di soggetto tra reggente e completiva: il soggetto della reggente, infatti, è io, mentre quello della completiva è noi.

Fabio Rossi

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho letto il contributo sulla vostra pagina sull‚Äôargomento ¬ęa condizione che¬Ľ (qui) e mi sarei interessato perch√© non avete consigliato il congiuntivo trapassato nella terza frase: ¬ęcasomai avesse studiato molto avrebbe superato l‚Äėesame¬Ľ. Secondo me si tratta del 3. grado ipotetico.

 

RISPOSTA:

Se si vuole esprimere l‚Äôirrealt√†, va usato certamente il periodo ipotetico del terzo tipo; si d√† cio√® per scontato (si presuppone) che non ha studiato molto: ¬ęSe avesse studiato molto avrebbe superato l‚Äôesame¬Ľ. Va precisato, per√≤, che questo periodo ipotetico funziona perfettamente con se (che √® la congiunzione ipotetica, o condizionale, per antonomasia), ma funziona meno bene con gli altri connettivi (dunque non del tutto sinonimici) quali a patto che, a condizione che, purch√©, caso mai (o casomai), i quali si conciliano meglio con il periodo ipotetico dei primi due tipi. Purch√©, per esempio, si adatta soprattutto a contesti al congiuntivo presente: ¬ęleggi i fumetti, purch√© tu legga¬Ľ; casomai (quando √® usato come congiunzione e non come avverbio) si usa quasi esclusivamente all‚Äôimperfetto congiuntivo: ¬ęcasomai passassi da Messina, fammi uno squillo¬Ľ. Non a caso, se consulta la banca dati repubblica.it, scopre che la grande maggioranza dei casomai ha valore avverbiale (¬ęPi√Ļ controlli (casomai armati) o pi√Ļ educazione¬Ľ); nei rari casi di casomai congiunzione ipotetica, essa √® costruita praticamente sempre soltanto con il congiuntivo imperfetto (¬ęAccetto suggerimenti, casomai mi ricapitasse¬Ľ).

Fabio Rossi

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QUESITO:

Si dice: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa (o prima?), aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ.

 

RISPOSTA:

La locuzione temporale ‚ÄúX fa‚ÄĚ (per es. ¬ędieci anni fa¬Ľ) pu√≤ essere usata soltanto se il riferimento cronologico rispetto al quale si sta dicendo ‚ÄúX fa‚ÄĚ √® il momento stesso in cui si riporta l‚Äôaffermazione. Quindi, ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni fa, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ vuol dire che il povero padre, nel momento in cui √® morto (cio√® dieci anni fa, rispetto al momento in cui si fa l‚Äôaffermazione, e dunque nel 2014), aveva gi√† pensato al futuro dei figli. ¬ęPrima¬Ľ, invece, √® usato rispetto a un altro termine temporale, sempre al passato, oltre al momento in cui si riporta l‚Äôevento. Quindi, sempre ponendo che chi sta parlando lo stia facendo adesso, nel 2024: ¬ęMio padre, prima di morire, dieci anni prima, aveva gi√† pensato al futuro dei suoi ragazzi¬Ľ significa che il padre dieci anni prima di morire aveva gi√† pensato al futuro dei figli. Per cui, ponendo che il padre sia morto nel 2014, gi√† nel 2004 aveva pensato al loro futuro. Per riassumere: si usa ¬ędieci anni fa¬Ľ se i riferimenti temporali sono soltanto due, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento e il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto; si usa invece ¬ędieci anni prima¬Ľ se i riferimenti temporali sono tre, cio√® il momento in cui si parla o scrive dell‚Äôevento, il momento in cui l‚Äôevento √® avvenuto e un terzo momento (cio√®, per l‚Äôappunto, ¬ędieci anni prima dell‚Äôevento 2, cio√® quello della morte). Se io dico, nel 2024, ¬ęci siamo conosciuti due anni fa¬Ľ, vuol dire che ci siamo conosciuti nel 2022; ma non posso dire ¬ęci siamo conosciuti due anni prima¬Ľ, perch√© chi mi ascolta chiederebbe ¬ęprima di che cosa?¬Ľ. Posso invece dire: ¬ęci siamo conosciuti due anni prima della maturit√† (oppure: due anni prima che finissimo la scuola)¬Ľ, perch√©, oltre al 2024 e al momento in cui ci siamo conosciuti, viene specificato anche un terzo riferimento cronologico (cio√® la maturit√†, o la fine della scuola).

Fabio Rossi

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QUESITO:

¬ęInizi√≤ tutto un anno fa: ero solo e lei venne a parlarmi. Quest’inverno lei mi √® stata vicina¬Ľ.

Non sarebbe pi√Ļ corretto utilizzare il passato prossimo visto che questo legame continua?

 

RISPOSTA:

L‚Äôesempio √® ben scritto sia con il passato prossimo sia con il passato remoto. Con il passato remoto il livello stilistico si innalza: non a caso, il passato remoto √® il tempo tipico dei testi narrativi letterari (racconti, romanzi ecc.). √ą senza dubbio vero che il passato prossimo, a differenza del remoto, serve a indicare una conseguenza dell‚Äôazione nel presente, tant‚Äô√® vero che sarebbe quasi inaccettabile una frase come ¬ęQuest‚Äôinverno lei mi fu vicina¬Ľ, poich√© ci si aspetta una conseguenza di quella vicinanza (per esempio lo sbocciare di una storia d‚Äôamore, il consolidarsi di un‚Äôamicizia e simili), ancor pi√Ļ evidente per via del deittico questo. Diverso sarebbe ¬ęLo scorso inverno mi fu vicina¬Ľ: da una frase del genere non mi aspetto le conseguenze dell‚Äôevento. √ą vero altres√¨ che non √® bene passare dal passato remoto al passato prossimo (o viceversa), senza un‚Äôeffettiva necessit√†. Tuttavia, l‚Äôattacco del periodo (¬ęInizi√≤ tutto un anno fa¬Ľ) e anche il suo seguito immediato (¬ęvenne a parlarmi¬Ľ) sembrano qui indicare un evento preso nel suo isolamento, anche indipendentemente da quel che segue. Nella frase successiva √® come se il discorso riprendesse da capo. Se si vuole ottenere una maggiore contiguit√† tra gli eventi si pu√≤ volgere tutto al passato e al trapassato prossimo: ¬ę√ą iniziato (o Era iniziato)‚Ķ √® venuta (o era venuta)¬Ľ. Devo dire per√≤ che il passato remoto ben si presta, come gi√† detto, allo stile letterario e a quel distacco temporale tipico dell‚Äôincipit dei romanzi e dei racconti.

Fabio Rossi

Parole chiave: Coerenza, Registri, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Pongo il seguente quesito. Nella frase “il gatto gli balz√≤ addosso”, il termine “addosso” √® da considerarsi avverbio o preposizione impropria riferita a “gli”? Io lo interpreto come avverbio e quindi penso a due complementi diversi in analisi logica, ma la presenza della particella pronominale prima del verbo mi pone qualche imbarazzo. Il problema si ripresenta in frasi come: “il bambino gli and√≤ incontro; gli salt√≤ sopra; gli rimase dietro; le mise sopra un cappello” e simili. Voi come lo interpretate?

 

RISPOSTA:

I casi portati a esempio rientrano nella tipologia dell‚Äôestrazione della preposizione nei casi di locuzione formata da preposizione polisillabica (o impropria, secondo la grammatica tradizionale) e preposizione semplice (cfr. L. Renzi, Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il Mulino, 1988, vol. I, pp. 524-528; si veda anche la voce Preposizione, curata da Hanne Jansen, nell‚ÄôEnciclopedia dell‚Äôitaliano Treccani, 2011, liberamente accessibile online nel sito treccani.it). L‚Äôestrazione consiste in questo: in determinate condizioni (per es. in presenza di clitico, o particella pronominale atona), viene eliminata (tecnicamente, estratta; o meglio: viene estratto il sintagma preposizionale, ovvero il complemento: gli = a lui ecc.) la preposizione semplice, mentre il clitico viene anticipato: ¬ęil gatto balz√≤ addosso a lui¬Ľ > ¬ęil gatto gli balz√≤ addosso¬Ľ. Quindi addosso, in questo caso (oppure incontro, dietro, contro, accanto ecc.) √® una preposizione e non un avverbio. Dunque vi √® un solo complemento, non due.

Fabio Rossi

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Nella frase “√ą meglio ridere che piangere” il soggetto √®¬†ridere,¬†√® meglio¬†√® predicato nominale e¬†che piangere¬†√® proposizione comparativa?

 

RISPOSTA:

Nella frase, o consideriamo entrambi gli infiniti sostantivati, quindi ridere è soggetto e che piangere è complemento comparativo (o secondo termine di paragone), oppure consideriamo entrambi verbi, quindi ridere è una proposizione soggettiva e che piangere è una proposizione comparativa.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio sulla seguente frase: “Non vorrei che dopo siamo in troppi”. √ą preferibile usare il congiuntivo imperfetto, ma la frase √® comunque corretta, oppure √® sbagliata?

 

RISPOSTA:

In questa frase agiscono due ragioni contrarie: da una parte ci si aspetta “Non vorrei che dopo fossimo in troppi”, perch√© i verbi di desiderio al condizionale presente richiedono il congiuntivo imperfetto nella proposizione completiva (per un approfondimento su questa norma si veda¬†qui); dall’altra l’avverbio¬†dopo¬†sottolinea la posteriorit√† dell’essere¬†rispetto al¬†volere, e questo rinforza la legittimit√† del congiuntivo presente con funzione di proiezione nel futuro. Da queste premesse si pu√≤ ricavare, come soluzione ragionevole, che l’imperfetto √® comunque la soluzione oggi considerata preferibile, ma il presente √® giustificabile (anche se sarebbe visto con sospetto da molti parlanti, quindi dovrebbe essere riservato a contesti informali).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Se io chiedo “Non sei mai stato a Granada, vero?”, la risposta corretta, se l’interlocutore non c’√® stato, √® “No”. Secondo mio padre invece la risposta corretta √® “S√¨”, che sottintende “S√¨, √® vero che non ci sono mai stato”. Io ho cercato senza successo di spiegargli che¬†vero?¬†√® una componente della frase necessaria a disambiguarla da quella che sarebbe una semplice affermazione quale “Non sei mai stato a Granada” e non una domanda. √ą diventato difficile fargli domande di questo tipo. Mi poteste fornire una regola rigorosa, chiara ed esaustiva per chiarire la questione?

 

RISPOSTA:

A rigore la risposta corretta √® “S√¨ (, non sono mai stato a Granada)”, a prescindere dalla presenza di¬†vero; l’interlocutore, infatti, dovrebbe confermare la negazione contenuta nella domanda per rispondere negativamente. Al contrario, per rispondere positivamente (nel caso in cui sia stato a Granada), l’interlocutore dovrebbe negare la negazione con un “No (, sono stato a Granada)”. Le risposte corrette a rigore, per√≤, non sono gradite ai parlanti, perch√© √® controintuitivo rispondere negativamente confermando e positivamente negando; da qui nasce l’abitudine a trascurare la forma della domanda e rispondere considerando soltanto la polarit√† della risposta. Nonostante questa abitudine, per√≤, non si pu√≤ dire che le risposte “rigorose” siano scorrette (per quanto, in un contesto informale, risultino un po’ pedanti).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

So perfettamente che nell’italiano standard l’avverbio¬†sempre¬†va messo sempre dopo il verbo. Vale la stessa cosa per¬†quasi sempre? A me la frase “Quasi sempre mangio carne la domenica” suona naturale, ma non so bene se si rifaccia a un italiano regionale o a quello standard.
Mi autereste a chiarire questo mio dubbio?

 

RISPOSTA:

Pi√Ļ che in posizione postverbale, l’avverbio¬†sempre¬†si trova naturalmente accanto al sintagma che focalizza, che a sua volta si trova di solito dopo il verbo. Questo avverbio, infatti (come¬†anche,¬†soltanto,¬†neanche¬†e simili), ha il potere di far risaltare qualsiasi sintagma della frase che lo segua; prendendo la sua frase, per esempio, si noti come il picco informativo si sposti allo spostarsi dell’avverbio, anche se il sintagma si trova prima del verbo: “Mangio¬†sempre carne¬†la domenica”, “Mangio carne¬†sempre la domenica” (ovvero ‘soltanto la domenica’), “Sempre carne¬†mangio la domenica”, “Sempre la domenica¬†mangio carne”. Gli avverbi focalizzanti non funzionano con i verbi, e per questo non si trovano davanti ai sintagmi verbali; possono, per√≤, trovarsi tra l’ausiliare e il participio passato di un tempo composto, per focalizzare proprio il participio passato (“Ho sempre amato il calcio”). Quando √® composto con¬†quasi,¬†sempre¬†pu√≤ mantenere la sua funzione di focalizzatore di un sintagma (“Mangio¬†quasi sempre carne¬†la domenica”), oppure pu√≤ perderla, per divenire un’espansione, ovvero un’informazione aggiuntiva riferita all’intera frase, non a un singolo sintagma. Se serve a questo, l’avverbio pu√≤ trovarsi all’inizio della frase, come nel suo esempio, o alla fine (“Mangio carne la domenica quasi sempre”), o anche in mezzo, purch√© sia pronunciato con una cadenza che ne chiarisce la natura di espansione (si noti la differenza tra “Mangio carne¬†quasi sempre la domenica“, in cui¬†quasi sempre¬†focalizza¬†la domenica, e “Mangio carne¬†quasi sempre¬†la domenica”, in cui¬†quasi sempre¬†si riferisce a tutta la frase.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vi sottopongo questa frase: “Lei non volle andare in camera da letto. Restammo l√¨, su quelle vecchie poltrone, e pensai che eravamo i primi a farci l’amore”. Ovviamente¬†a farci l’amore significa: ‘a fare l’amore SU quelle poltrone’. Ora vi chiedo: pu√≤ il pronome ci sostutuire su¬†(sulle poltrone)? Inoltre,¬†la frase risulta subito comprensibile e scorrevole?

 

RISPOSTA:

La frase √® scorrevole e comprensibile. I pronomi non hanno un significato preciso, ma prendono il significato del sintagma che di volta in volta riprendono, o a cui rimandano, adattandolo alla sintassi della frase in cui si trovano. Cos√¨, nella sua frase¬†ci¬†significa ‘su quelle poltrone’, in una frase come “Amo Roma e ci vado ogni volta che posso” il pronome¬†ci¬†significa ‘a Roma’, in una frase come “Se scavi sotto l’albero ci troverai una scatola” lo stesso pronome significa ‘sotto l’albero’ e cos√¨ via.
Quasi tutte le grammatiche sostengono che¬†ci,¬†vi¬†e¬†ne¬†abbiano la natura di avverbi, non di pronomi, quando rappresentano indicazioni di luogo, come nella sua frase, dal momento che equivalgono a¬†qui,¬†l√¨, da qui, da l√¨. Come si vede dagli esempi per ci (ma questo vale anche per gli altri), per√≤, essi mantengono sempre la funzione di riprendere un sintagma introdotto altrove nella frase o nel testo, o ricavabile dal contesto (per esempio, davanti alla brochure di un viaggio organizzato un interlocutore potrebbe chiedere a un altro: “Ci andiamo?”): possiamo, quindi, considerarli pronomi anche in questo caso.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Gradirei sapere se entrambe le soluzioni riportate di seguito sono corrette, oppure se ve ne sia una meno formale rispetto all’altra:
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile cogliere.
√ą una sfumatura semantica che risulta difficile da cogliere.

 

RISPOSTA:

Entrambe le frasi sono possibili e praticamente equivalenti dal punto di vista semantico; la prima, però, ha una costruzione sintattica intricata, per quanto del tutto comprensibile e ammessa dalla grammatica.
L’intrico dipende dalla natura della proposizione¬†che cogliere, contemporaneamente relativa e soggettiva; da una parte, infatti,¬†che¬†riprende il sintagma¬†una sfumatura semantica¬†(quindi introduce una relativa), dall’altra la proposizione funge da soggetto di¬†risulta difficile¬†(quindi √® una soggettiva). Per evidenziare questa sovrapposizione di funzioni, potremmo parafrasare questa parte della frase con¬†cogliere la quale risulta difficile.
La seconda frase √® pi√Ļ lineare dal punto di vista sintattico:¬†che¬†√® il soggetto della proposizione relativa¬†che risulta difficile;¬†da cogliere¬†√® una proposizione completiva assimilabile a una oggettiva, retta dall’aggettivo¬†difficile. Non √® facile associare le due frasi a determinati registri: in linea generale, mentre la seconda √® adatta a tutti i contesti, la prima √® pi√Ļ adatta a contesti medio-alti, soprattutto scritti, per via della complessit√† della costruzione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Desidererei sapere se l’espressione¬†per via di¬†pu√≤ essere usata anche come sinonimo di¬†per merito di,¬†grazie a, oltre che con il significato di¬†a causa di. Ad esempio: “Ha ottenuto un posto di prestigio per via delle sue benemerenze”. Il giudizio veicolato va valutato¬†dal punto di vista del parlante o del soggetto della frase? Se io dico che una persona √® stata promossa perch√© ha goduto di forti raccomandazioni, per me parlante il fatto va visto come negativo; √® stato promosso un soggetto che non lo meritava, con danno per la societ√† e forse anche per me personalmente; al contrario per il soggetto della frase √® stato sicuramente un vantaggio. In questo caso devo usare¬†per via di¬†o¬†a causa di¬†oppure¬†grazie a¬†o¬†per merito di?

 

RISPOSTA:

La locuzione preposizionale¬†per via di¬†indica letteralmente che quanto segue √® la via, il percorso seguito per arrivare a un risultato; √®, quindi, equivalente a¬†per mezzo di. Non √® facile, per√≤, distinguere il percorso dalla spinta iniziale che porta a intraprendere il percorso, ovvero la causa; per questo motivo questa locuzione preposizionale ha finito per essere usata per indicare che quanto segue √® la causa di un fenomeno (quindi come sinonimo di¬†a causa di), non il mezzo con il quale questo si √® manifestato. Le locuzioni¬†per merito di¬†e¬†grazie a¬†rimangono ancora pi√Ļ ambigue tra la causa e il mezzo: non √® possibile stabilirne nettamente il significato. Per quanto, per√≤, queste locuzioni possano indicare che quanto segue √® la causa di un fenomeno, al pari di¬†per via di, la sostituzione di¬†per via di¬†con una di queste altererebbe l’interpretazione complessiva della frase, perch√©¬†per merito di¬†e¬†grazie a¬†veicolano una sfumatura connotativa positiva assente in¬†per via di.

La responsabilit√† dell’enunciazione, quindi del modo di rappresentare la realt√† al suo interno, √® sempre dell’emittente (chi parla o scrive). La connotazione positiva o negativa di un fenomeno, quindi, deriva dal punto di vista dell’emittente e dipende da come quest’ultimo sceglie di costruirla (in base, per esempio, alle sue credenze e al contesto in cui si trova). L’emittente, per√≤, pu√≤ scegliere, con un artificio retorico, di rappresentare un punto di vista evidentemente opposto al proprio, per far risaltare quest’ultimo per contrasto.
Spieghiamo meglio. In ogni frase il senso complessivo √® il risultato dell’intreccio dei significati e dei sensi evocati da ciascuna parola o espressione. Nel caso in questione, una frase come “La persona √® stata promossa per via di / a causa di forti raccomandazioni” fa interagire l’implicita inevitabile condanna complessiva (in Italia la raccomandazione √® ufficialmente considerata una pratica scorretta) con l’oggettivit√† di¬†per via di. Questa rappresentazione sarebbe adatta a una denuncia formale (ovvero che vuole essere rappresentata come formale), in cui possibilmente si portino le prove di tali raccomandazioni e si voglia dimostrare con queste che la promozione √® stata un abuso. Se, invece, la denuncia √® informale (uno sfogo emotivo o un’accusa di principio, per esempio), sarebbe pi√Ļ adatta la costruzione “La persona √® stata promossa grazie a / per merito di forti raccomandazioni”, nella quale la locuzione preposizionale connotata positivamente colorisce l’affermazione di una sfumatura di soggettivit√†. Ovviamente, in questo caso la connotazione positiva √® in contrasto con il senso complessivamente negativo della frase, quindi non ci sono dubbi che l’emittente stia usando un artificio retorico per far risaltare,¬†a contrario, la sua posizione. Sta, in altre parole, facendo dell’ironia.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Incontro difficoltà nel collocare le virgole in questa costruzione:
“Marco accusa Paolo che accusa Luigi che fa finta di niente”.
Mi verrebbe spontaneo inserire soltanto una virgola, dopo¬†Luigi: “Marco accusa Paolo che accusa Luigi, che fa finta di niente”, ma al tempo stesso mi domando se non servirebbe anche dopo Paolo: “Marco accusa Paolo, che accusa Luigi, che fa finta di niente”.

 

RISPOSTA:

La soluzione corretta √® quella con due virgole: entrambe le relative, infatti, sono per forza esplicative, perch√© i nomi propri sono fortemente determinati e possono essere ulteriormente identificati con una relativa limitativa soltanto in condizioni speciali (per esempio “Ho incontrato quel Paolo che fa il barista a Modena”).
Maggiori informazioni sulle relative limitative ed esplicative possono essere ricavate qui.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi possono essere scritte in tutti i modi proposti?
“Sarebbe bello se nella vita di tutti i giorni avessimo dei motori, come quelli scacchistici, che ci indicassero / indicano / indichino sempre la mossa migliore”.
“Da quando i Fenici hanno inventato / inventarono il denaro(,) il mondo va / sta andando a rotoli”.
√ą possibile inserire la virgola tra parentesi?

 

RISPOSTA:

Nella proposizione relativa della prima frase l’indicativo presente rappresenta l’azione dell’indicare¬†come fattuale e atemporale; la relativa, cos√¨ costruita, serve esclusivamente a identificare¬†dei motori, come se fosse un aggettivo (dei motori che ci indicano la mossa migliore¬†=¬†dei motori indicanti la mossa migliore). Il congiuntivo imperfetto aggiunge una sfumatura di eventualit√†, che viene interpretata come desiderabilit√†, per via della doppia attrazione esercitata dalla reggente ipotetica (se avessimo dei motori) e dalla principale, perch√© la relativa viene facilmente scambiata per una completiva (sarebbe bello… che ci indicassero). Il congiuntivo presente nella relativa √® in teoria possibile, con lo stesso valore del congiuntivo imperfetto, ma di fatto √® poco accettabile proprio a causa dell’attrazione della struttura¬†sarebbe bello… che ci indicassero: la completiva retta da verbi o espressioni di desiderio richiede, infatti, il congiuntivo imperfetto (si veda la discussione di questa norma¬†qui).
Nella seconda frase nella temporale √® preferibile il passato prossimo, perch√© l’evento dell’inventare¬†√® chiaramente ancora influente sul presente; nella principale si possono usare il passato prossimo¬†√® andato, per indicare che l’evento √® iniziato nel passato ma √® ancora attuale, il presente, per focalizzare l’attenzione sul presente, la perifrasi progressiva¬†sta andando, per sottolineare ulteriormente la contemporaneit√† tra l’enunciazione e l’andare.
L’inserimento della virgola √® possibile, ma non obbligatorio. La virgola tra una subordinata anteposta alla reggente e la reggente stessa √® possibile, e persino consigliabile, nel caso in cui si vogliano separare le due informazioni in modo da far risaltare ciascuna. Questa separazione sarebbe pi√Ļ funzionale, per la verit√†, se la subordinata fosse posposta: “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli, da quando i Fenici hanno inventato il denaro” (= “Il mondo √® andato / va / sta andando a rotoli; e questo sta succedendo da quando i Fenici hanno inventato il denaro”); nel caso specifico, invece, il collegamento logico tra le informazioni instaurato proprio dalla anteposizione della subordinata √® talmente forte che il segno risulta controintuitivo. Esso, per√≤, mantiene la sua utilit√† dal punto di vista sintattico, perch√© segmenta la frase in modo chiaro.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Nella frase “Noi non li assomigliamo o li assomigliamo troppo poco” √® corretto l’uso di¬†li¬†per¬†loro?

 

RISPOSTA:

No: il verbo¬†assomigliare¬†regge un sintagma introdotto da¬†a¬†(assomiglio a mio padre), mentre il pronome¬†li¬†pu√≤ fungere soltanto da complemento oggetto, non da complemento indiretto. Pertanto √® corretto¬†li chiamiamo¬†(ovvero¬†chiamiamo loro), mentre con il verbo¬†assomigliare¬†si possono usare¬†gli¬†oppure¬†a loro¬†(quindi¬†gli assomigliamo¬†o¬†assomigliamo a loro). In teoria √® possibile anche¬†loro¬†(assomigliamo loro), visto che¬†loro¬†pu√≤ sostituire¬†a loro, ma tale sostituzione √® pi√Ļ comune quando il pronome ha una chiara funzione di complemento di termine (per esempio¬†do loro un regalo); in questo caso, invece, in cui il sintagma √® piuttosto un complemento oggetto obliquo (sul quale si veda¬†questa risposta), √® preferibile a loro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sapere a quale persona si riferisce il pronome _questi _nella seguente frase:
“Con l’acquisto operato dal donante, Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e questi con atto del 2002 enunciava che il trasferimento avveniva nello stato di fatto e di diritto in cui si trovava il cespite”.

 

RISPOSTA:

In base alle regole del riferimento anaforico¬†questi¬†riprende (o √® coreferente con)¬†Tizio, ovvero quello tra i due possibili antecedenti (Caio¬†e¬†Tizio) che non √® il soggetto della proposizione reggente (Con l’acquisto Caio trasferiva lo stesso bene con i relativi confini). Per riprendere il soggetto di una proposizione reggente, infatti, bisogna usare l’ellissi del soggetto; per riprendere¬†Caio¬†nella coordinata, quindi, la frase avrebbe dovuto essere “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e con atto del 2002 enunciava…”. Esiste un’alternativa all’ellissi per riprendere il soggetto della reggente, ma non √®¬†questi, bens√¨ un pronome esplicito come¬†lo stesso¬†(preferibilmente completato dal nome): “… Caio trasferiva a Tizio lo stesso bene con i relativi confini e lo stesso Caio con atto del 2002 enunciava…”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ritengo che il termine¬†ipotesi¬†si riferisca ad un contenuto, oggettivamente incerto, che viene dato come puramente possibile anche dal parlante, mentre i vocaboli¬†arbitrario¬†e¬†illazione¬†(che considererei sinonimi) definiscano un’affermazione data erroneamente come certa dal parlante, pur essendo oggettivamente solo possibile. Non essendo sicuro della mia posizione, gradirei un vostro parere al riguardo.

 

RISPOSTA:

Il nome¬†ipotesi¬†indica un presupposto logico che deve essere dimostrato vero o falso. Per esempio, l’ipotesi che il riscaldamento globale attuale sia prodotto in larga parte dalle attivit√† umane √® stata ampiamente provata. Una volta dimostrata, l’ipotesi diviene una tesi; √®, comunque, spesso possibile mettere in discussione le prove a sostegno dell’ipotesi, quindi revocare la certezza della tesi derivante. Da questo significato di base, il nome¬†ipotesi¬†ha sviluppato quello, pi√Ļ comune, di ‘congettura’, che apparentemente √® equivalente a ‘presupposto di un ragionamento’, ma invece presenta una determinante differenza di prospettiva: mentre, infatti, il presupposto innesca un ragionamento finalizzato a provarlo, una congettura potrebbe avere lo stesso valore ma √® pi√Ļ spesso, al contrario, proposta come conclusone incerta di un ragionamento. Per quanto incerta, quindi, la congettura √® rappresentata come un’opinione gi√† formata, non come un’idea ancora da verificare. Con questo secondo significato,¬†ipotesi¬†si avvicina al significato comune di¬†illazione, che √® proprio ‘deduzione, congettura basata su prove incerte’. Rispetto a¬†ipotesi, inoltre, nel significato di¬†illazione¬†√® sottolineata la componente di incertezza, ovvero di insufficienza di prove, che porta con s√© una connotazione negativa. Una illazione √®, cio√®, una congettura decisamente incerta, partigiana, una supposizione presentata come conclusiva ma in realt√† indebita o ingiustificata, spesso introdotta per confondere il ragionamento di altri, o per danneggiare maliziosamente la reputazione di qualcuno.
L’aggettivo¬†arbitrario¬†ha, nel linguaggio comune, il significato di ‚Äėnon necessariamente ben motivato‚Äô o ‚Äėpoco giustificato‚Äô; per questo motivo pu√≤ considerarsi sinonimo di¬†indebito¬†e persino¬†illegittimo. Tanto un’ipotesi quanto un’illazione possono essere arbitrarie, ma se un’ipotesi arbitraria √® un passaggio logico azzardato, un errore in buona fede, l’illazione arbitraria √® una fallacia architettata con dolo.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Aggettivo, Coerenza, Nome
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QUESITO:

Nell’Italiano parlato, verbi che normalmente non avrebbero bisogno di particelle pronominali tendono ad assumerle quando si vuole esprimere un’emozione, di solito positiva, legata all’azione, tipicamente di soddisfazione.
Mangio un panino -> Mi mangio un panino
Bevi un tè! -> Beviti un tè!
In questo caso il pronome indica un complemento di vantaggio (Io mangio un panino per me, bevi un tè per te) oppure un altro complemento?

 

RISPOSTA:

I verbi formati con la particella pronominale a cui lei si riferisce rientrano nella categoria dei transitivi pronominali (anche detti¬†riflessivi apparenti). In essi la particella pronominale ha la funzione di indicare a volte che l’azione √® svolta per il soggetto (mi lavo le mani¬†= ‘lavo le mani a me’) oppure, come nei casi da lei portati, di indicare che l’azione √® svolta con particolare partecipazione emotiva da parte del soggetto. Volendo far rientrare queste funzioni nella classificazione dell’analisi logica, nei verbi come¬†lavarsi¬†+ complemento oggetto la particella √® pi√Ļ facilmente interpretabile come complemento di termine; in quelli come¬†mangiarsi¬†come complemento di vantaggio (come da lei suggerito). Va, per√≤, rilevato che non √® affatto necessario fare questa operazione di classificazione, che non aggiunge niente alla comprensione della frase e risulta un po’ logicistica.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto usare espressioni come¬†risposta inviata a mezzo mail,¬†richiesta evasa a mezzo pec, oppure √® pi√Ļ corretto l‚Äôuso della locuzione¬†per mezzo mail,¬†per mezzo pec?

 

RISPOSTA:

Le locuzioni preposizionali¬†a mezzo,¬†con il mezzo,¬†per il mezzo,¬†per mezzo¬†sono tutte attestate nella storia della lingua italiana, con fortuna diversa a seconda delle epoche e del gusto dei parlanti. Il Grande dizionario della lingua italiana, infatti, le riporta tutte insieme come varianti della stessa locuzione (s. v.¬†M√®zzo^2^). Bisogna, per√≤, ricordare che tutte queste varianti sono, nell’italiano standard, completate dalla preposizione¬†di, quindi¬†a mezzo di,¬†con il mezzo di,¬†per il mezzo di,¬†per mezzo di. Contro¬†a mezzo di¬†si pronunciano Pietro Fanfani e Costantino Arl√≠a nel loro famoso “Lessico dell’infima e corrotta italianit√†” del 1881, un dizionario di voci considerate dai due studiosi scorrette o ingiustificate. Il dizionario ottocentesco suggerisce che¬†a mezzo di¬†sia un calco del francese¬†au moyen¬†(ma chiaramente intende¬†au moyen de) e sostiene che non ci sia motivo per usare in italiano questa espressione perch√©¬†a¬†non pu√≤ sostituire¬†per¬†(quindi¬†a mezzo¬†non pu√≤ sostituire il ben pi√Ļ comune¬†per mezzo) e perch√© la locuzione¬†a mezzo¬†esiste gi√† e significa ‘a met√†’. Il dizionario registra persino l’uso del simbolo matematico¬†1/2¬†al posto della parola¬†mezzo¬†nella locuzione, ovviamente condannandolo sprezzantemente, a testimonianza che la sostituzione delle parole con i numeri era una strategia gi√† sfruttata a met√† Ottocento.
Gli argomenti dei due studiosi contro¬†a mezzo di¬†funzionano in ottica puristica: non c’√® motivo di introdurre in una lingua nuove espressioni se la lingua ha gi√† gli strumenti per esprimere gli stessi concetti. Bisogna, per√≤, rilevare che molte parole ed espressioni sono entrate in italiano da altre lingue in ogni epoca, anche se la lingua italiana in quel momento aveva strumenti espressivi equivalenti; l’innovazione, l’accrescimento, l’adattamento ai tempi sono fenomeni fisiologici in una lingua. Inoltre, l’ipotesi che¬†a mezzo di¬†si confonda con¬†a mezzo¬†√® pretestuosa: intanto la preposizione¬†di¬†distingue nettamente le due espressioni, e poi il loro significato e la loro funzione sintattica sono talmente diversi che √® impossibile scambiare l’una per l’altra.
Rispetto ad¬†a mezzo di, oggi si va diffondendo¬†a mezzo, senza la preposizione¬†di. Ferma restando l’impossibilit√† di confondere anche questa variante accorciata della locuzione preposizionale con la locuzione avverbiale¬†a mezzo¬†(peraltro oggi rarissima), rileviamo che tale accorciamento √® tipico dell’italiano contemporaneo: le preposizioni cadono in espressioni come¬†pomeriggio¬†(per¬†di pomeriggio) e, proprio nel linguaggio burocratico,¬†(in) zona¬†(per¬†nella zona di) in frasi come “La viabilit√† in zona Olimpico √® stata ripristinata” (o anche “La viabilit√† zona Olimpico √® stata ripristinata”),¬†causa¬†(per¬†a causa di) in frasi come “La ditta dovr√† pagare una penale causa ritardo dei lavori” e simili. L’eliminazione della preposizione √®, come si vede dagli esempi, adatta a contesti burocratici o, in alcuni casi, contesti comunicativi rapidi e informali (√® favorita, per esempio, dalla scrittura di messaggi istantanei); √® facile prevedere, per√≤, che le riformulazioni accorciate di queste espressioni diventeranno prima o poi pi√Ļ comuni di quelle complete, fino a scalzarle del tutto dall’uso. Non a caso, nella sua stessa domanda lei propone di sostituire¬†a mezzo¬†con¬†per mezzo, ugualmente priva della preposizione¬†di.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nell’espressione¬†godere di un diritto¬†a quale complemento corrisponde¬†di un diritto?

 

RISPOSTA:

In analisi logica √® un complemento di specificazione. Pi√Ļ utile, per√≤, √® l’interpretazione data dalla grammatica valenziale, secondo cui si tratta di un complemento oggetto obliquo, ovvero di un sintagma che ha la stessa funzione del complemento oggetto, ma non √® diretto, bens√¨ preposizionale, semplicemente perch√© il verbo richiede tale preposizione (come in¬†fidarsi di,¬†servirsi di, contare su,¬†obbedire a¬†e tanti altri). Il sintagma¬†di un diritto, infatti, √® necessario per completare sintatticamente il verbo¬†godere, quindi √® un argomento di questo verbo, mentre il complemento di specificazione non √® mai un argomento del verbo, perch√© indica un dettaglio relativo a un sintagma nominale (la casa di Mario,¬†il cancello della scuola,¬†l’introduzione del libro…). Se confrontiamo, inoltre,¬†godere di un diritto¬†con, per esempio,¬†esercitare un diritto, vediamo che la struttura profonda del predicato √® identica, perch√© la preposizione fa da collegamento formale tra il verbo e il sintagma, non contribuisce in alcun modo al significato del sintagma. Infine, un’ulteriore prova del fatto che questo sintagma ha la funzione di un complemento oggetto √® che nel parlato e nello scritto trascurato si tende a dimenticare la preposizione, producendo espressioni come¬†godere un diritto¬†(ma anche¬†abusare qualcuno¬†al posto di¬†abusare di qualcuno,¬†obbedire un ordine, invece di¬†obbedire a un ordine). Sebbene queste realizzazioni siano scorrette, bisogna notare che se in queste espressioni la preposizione avesse un significato preciso (e non fosse, invece, un collegamente soltanto formale), non sarebbe possibile escluderla; nessuno, infatti, direbbe o scriverebbe mai¬†la casa Mario¬†invece di¬†la casa di Mario.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Queste frasi sono tutte grammaticalmente corrette?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che sia stato lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse lui il colpevole?
Non hai pensato all’eventualit√† che fosse stato lui il colpevole?

 

RISPOSTA:

Le frasi sono tutte corrette; il diverso tempo del congiuntivo nella subordinata dichiarativa instaura di volta in volta un rapporto temporale diverso tra lo stato descritto nella dichiarativa e l’evento della reggente. Nello stabilire quale sia tale rapposto bisogna considerare che nella reggente figura un passato prossimo, un tempo che si comporta a volte come storico, a volte come presente, perch√© indica un evento passato ancora valido nel presente. Nella prima frase, per esempio, il presente¬†sia¬†instaura un rapporto di contemporaneit√† nel presente con¬†hai pensato, perch√© in questa frase¬†hai pensato¬†indica che il¬†pensare¬†iniziato nel passato √® ancora in corso (deve essere cos√¨, altrimenti non avrebbe senso rappresentare l’essere colpevole¬†come presente). Anche nella seconda frase¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente, rispetto al quale¬†l’essere colpevole¬†√® anteriore, quindi passato. Nella terza frase possiamo avere due interpretazioni: se¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista presente¬†fosse¬†esprime uno stato anteriore (nonch√© continuato nel passato); se, per√≤,¬†hai pensato¬†stabilisce un punto di vista passato (in questa frase ci√≤ √® possibile proprio perch√© questo verbo √® messo in relazione con un imperfetto),¬†fosse¬†indica contemporaneit√† nel passato. Per vedere pi√Ļ chiaramente questa differenza si osservino le seguenti frasi:
1. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole;
2. Stamattina ho pensato che lui fosse colpevole.
Nella prima frase l’essere colpevole¬†√® contemporaneo nel passato rispetto a¬†ho pensato; nella seconda √® anteriore (e continuato) rispetto al presente, perch√© qui¬†ho pensato¬†stabilisce un punto di vista presente. Si noti, comunque, che nella frase 1 non √® esclusa l’interpretazione anteriore (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse colpevole anche le altre volte che l’avevano arrestato”) cos√¨ come nella 2 non √® esclusa quella contemporanea (per esempio “Stamattina ho pensato che proprio mentre lo guardavo lui fosse colpevole”).
Nella quarta frase, infine, il trapassato indica che lo stato dell’essere colpevole¬†√® anteriore a un altro evento, anch’esso passato; questo altro evento pu√≤ coincidere con il¬†pensare¬†se¬†hai pensato¬†funziona da tempo storico, altrimenti deve essere un altro evento, non esplicitato. Anche in questo caso, per vedere meglio la differenza si osservino queste frasi:
3. Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole;
4. Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole.
Nella prima l’essere colpevole¬†precede nel tempo il¬†pensare, che √® passato; nella seconda l’essere colpevole¬†precede un altro evento (per esempio “Stamattina ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”), perch√© il¬†pensare¬†funziona da presente. La presenza di un terzo evento non √®, comunque, esclusa dalla frase 3 (per esempio “Quando l’ho visto in manette, quel giorno, ho pensato che lui fosse stato colpevole anche di altri crimini prima di essere arrestato per rapina”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “Sono venuti tutti”, tutti¬†potrebbe sostituire, per esempio,¬†tutti gli invitati, che √® soggetto del verbo. Mi chiedo se entrambe le posizioni, pre e postberbale, di¬†tutti pronome siano del tutto valide e se c’√® una prevalenza di una posizione rispetto all’altra. A me la posizione postverbale sembra pi√Ļ naturale, ma non so spiegarmi il motivo.

 

RISPOSTA:

Bisogna fare un ragionamento in due passaggi.

Consideriamo innanzitutto la frase in astratto. Il soggetto pu√≤ essere collocato quasi sempre in posizione postverbale: con i verbi non inaccusativi (gli inergativi, cio√® gli intransitivi con l’ausiliare¬†avere, e i transitivi), per√≤, tale posizione √® tendenzialmente focalizzata (il soggetto ha un valore informativo di rilievo), mentre con i verbi inaccusativi (gli intransitivi con l’ausiliare¬†essere) questa posizione √® tendenzialmente non marcata. Al contrario, con i verbi non inaccusativi la posizione preverbale √® non marcata (al netto di intonazioni speciali), quella postverbale √® focalizzata. Si confrontino le seguenti frasi:

1. Al ricevimento tutti hanno mangiato [verbo inergativo] a sazietà;

2. Al ricevimento hanno mangiato tutti a sazietà.

Nella 1 il soggetto preverbale √® non marcato; nella seconda √® focalizzato, cio√® rappresentato come l‚Äôinformazione pi√Ļ rilevante nella frase. Come si √® detto, un‚Äôintonazione speciale pu√≤ marcare il soggetto rendendolo focalizzato anche se √® collocato in posizione non marcata: in questo caso un‚Äôintonaziona enfatica su tutti nella frase 1 renderebbe il soggetto focalizzato.

Ora si osservino queste due frasi:

3. Dieci persone sono venute alla festa;

4. Sono venute dieci persone alla festa / Alla festa sono venute dieci persone.

In 3 il soggetto preverbale è automaticamente focalizzato; nella coppia 4 è non marcato, perché forma un’informazione unitarica con il verbo (sono venute dieci persone). Si potrebbe al limite focalizzare anche nelle due frasi della coppia 4, ma soltanto pronunciandolo con enfasi.

Nel suo caso, ‚ÄúSono venuti tutti‚ÄĚ ricalca, in astratto, la costruzione della coppia 4; una eventuale costruzione ‚ÄúTutti sono venuti‚ÄĚ, invece, ricalcherebbe la frase 3. Diversamente, ‚ÄúHanno tutti voti alti‚ÄĚ (verbo transitivo) e ‚ÄúGiocano tutti a calcio‚ÄĚ (verbo inergativo) ricalcano la coppia 2.

Secondo passaggio. Il pronome tutti, se la frase è inserita in una sequenza, quindi in un testo, assume una funzione anaforica ineludibile, che è associata, al netto di costruzioni particolari della frase e di intonazioni speciali, al valore marcato tematico (il soggetto è rappresentato nettamente come argomento della frase al fine di collegare con chiarezza la frase al discorso sviluppato precedentemente). Tale funzione si manifesterà a prescindere dal verbo della frase, quindi si manterrà anche in posizione focalizzata, anche se il valore focalizzato è nettamente distinto da quello tematico:

5. Gli studenti della terza C sono bravissimi; hanno tutti voti alti!

6. I miei amici fanno sport; giocano tutti a calcio!

Nelle frasi, tutti √® anaforico e focalizzato. La focalizzazione non √® evidente proprio a causa della funzione anaforica di tutti, che sfuma la rilevanza dell‚Äôinformazione; essa, per√≤, emerge chiaramente se sostituiamo tutti con un sintagma nominale, privo di funzione anaforica: ‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato a saziet√† tutti gli ospiti‚ÄĚ. Con il sintagma nominale, si noti, sarebbe molto innaturale inserire il soggetto tra il verbo e il sintagma preposizionale (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti a saziet√†‚ÄĚ), perch√© tale sintagma risulta fortemente legato al verbo (√® un suo circostante). La stessa cosa avviene con i verbi transitivi, che richiedono il complemento oggetto come argomento (‚ÄúAl ricevimento hanno mangiato tutti gli ospiti la torta‚ÄĚ): con i verbi transitivi e i verbi inergativi accompagnati da un circostante, quindi, la posizione postverbale del soggetto √® possibile soltanto se tra il verbo e il soggetto si inserisce il complemento oggetto o il circostante.

7. Ho invitato dieci persone alla festa; sono venute tutte.

8. Ho invitato dieci persone alla festa; tutte sono venute.

Nella frase 7 il pronome è anaforico e non marcato; nella 8 è anaforico e focalizzato. Anche in questo caso, sostituendo il pronome anaforico con un sintagma non anaforico si fa emergere il valore informativo del sintagma, come avviene nelle frasi 3 e 4.

Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Gradirei sapere se la seguente espressione √® corretta: “Erano rimasti due sorelle e un fratello ed erano tutti celibi”. √ą corretto definire i fratelli e la sorella con l’unico termine¬†celibi¬†o √® d’obbligo esprimersi diversamente, attribuendo ai maschi il termine¬†celibi¬†e alle femmine il termine¬†nubile?

 

RISPOSTA:

I termini¬†celibe¬†e¬†nubile¬†hanno un riferimento di genere inequivocabile, quindi sarebbe scorretto attribuire l’uno o l’altro al genere opposto. Per descrivere la situazione bisogna costruire la frase diversamente, per esempio¬†… e nessuno dei tre si era sposato¬†o¬†… e n√© le sorelle n√© il fratello si erano sposati, oppure scegliere un termine diverso, come¬†single¬†o¬†non sposati.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato far seguire il congiuntivo presente all‚Äôespressione¬†come se, oppure √® obbligatorio l’imperfetto?
“Ne parli come se sia colpa mia!”
“Apri le finestre come se faccia caldo”.
√ą possibile omettere¬†se fosse¬†senza alterare il significato della frase dal punto di vista temporale?
“Carlo cammina come se fosse un ubriaco che non riuscisse a reggersi in piedi”.
“Carlo cammina come un ubriaco che non riuscisse / riesca a reggersi in piedi”.
La seconda alternativa conserva la stessa sfumatura ipotetica oppure colloca l’azione nel passato?

 

RISPOSTA:

La proposizione comparativa ipotetica, introdotta da¬†come se, presenta un evento ipotetico che somiglia a quello descritto nella reggente e che potrebbe, pertanto, spiegarlo. L’ipoteticit√† dell’evento presentato richiede una costruzione che ricalca quella della proposizione ipotetica, ovvero il congiuntivo imperfetto per la possibilit√†, il congiuntivo trapassato per l’irrealt√†. L’irrealt√†, si noti, corrisponde in questa proposizione all’atteggiamento di incertezza dell’emittente riguardo alla somiglianza tra gli eventi); ad esempio: “Rispose come se avesse paura” (l’avere paura¬†√® presentato come potenzialmente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, spiegarlo), “Rispose come se avesse avuto paura” (l’avere paura¬†√® presentato come incertamente simile al modo di rispondere del soggetto e potrebbe, pertanto, essere preso in considerazione tra le spiegazioni possibili).
Per quanto riguarda le due frasi confrontate, la prima presenta una comparazione ipotetica, la seconda presenta una comparazione oggettiva; con la prima, pertanto, l’emittente √® pi√Ļ cauto nell’accostare il modo di camminare di Carlo a quello di un ubriaco. In ogni caso, la rappresentazione della comparazione non condiziona la costruzione della proposizione relativa (che non riesca / riuscisse). Questa proposizione pu√≤ essere costruita nella prima e nella seconda frase tanto con il presente quanto con l’imperfetto; nel primo caso il¬†riuscire¬†√® semplicemente rappresentato come presente, nel secondo si aggiunge una sfumatura ipotetica, conferita dalla sovrapposizione tra¬†che non riuscisse¬†e¬†se non riuscisse.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Le espressioni¬†per la prima volta¬†(es. “Lo vedo per la prima volta”) e¬†prima del tempo¬†(es. “Invecchiare prima del tempo”) possono essere considerate locuzioni avverbiali di tempo (nel secondo caso come equivalente di¬†anzitempo) o vanno analizzate differentemente? In particolare,¬†prima del¬†+¬†tempo¬†deve altrimenti essere analizzata come locuzione prepositiva?

 

RISPOSTA:

Si tratta di locuzioni avverbiali di tempo. Il termine¬†locuzione¬†riguarda esclusivamente il significato dell’espressione, a prescindere dalla forma; a esso si sovrappone in parte il termine, scientificamente pi√Ļ trasparente,¬†sintagma, che riguarda sia la forma sia il significato (√® l’unit√† formalmente pi√Ļ piccola della costruzione linguistica dotata di significato autonomo): molte locuzioni avverbiali e aggettivali hanno la forma di sintagmi preposizionali (tra quelle aggettivali si pensi, ad esempio, a quelle usate per descrivere le colorazioni dei tessuti:¬†a quadretti,¬†a losanghe,¬†a pois…). Locuzioni prepositive (che, per la precisione, si chiamano¬†locuzioni preposizionali) sono, invece, espressioni come¬†davanti a,¬†fuori da,¬†invece di¬†e anche¬†prima di. Come si vede, quindi, nella locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® contenuta la locuzione preposizionale¬†prima di; mentre, per√≤, la locuzione avverbiale¬†prima del tempo¬†√® un sintagma preposizionale, la locuzione preposizionale¬†prima di¬†(cos√¨ come tutte le altre locuzioni preposizionali) non √® un sintagma, perch√© non √® dotata di significato autonomo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúI bambini dovranno allegare un file in formato pdf, elaborato secondo lo schema allegato, contenente l‚Äôelenco dei disegni trasmessi, in pdf non modificabile, di seguito indicati:‚ÄĚ
Nella frase precedente √® il file contenente l’elenco che deve essere in pdf non modificabile, o ciascuno dei disegni?

 

RISPOSTA:

Il sintagma in pdf non modificabile non può che essere interpretato dal lettore come retto da disegni, perché si trova tra disegni e di seguito indicati, che è inequivocabilmente concordato con disegni.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso del congiuntivo/condizionale¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†nella frase che segue.

L‚Äôufficio ha quindi proceduto all‚Äôistruttoria ed all‚Äôesitazione delle istanze per impedire da un lato che il condono potesse agire da ‚Äúscudo giudiziario‚ÄĚ (in quanto la presentazione della domanda di condono sospende il procedimento penale e quello per le sanzioni amministrative) e dall‚Äôaltro per evitare all‚Äôente eventuali richieste di risarcimento da chi¬†avesse¬†/¬†avrebbe¬†voluto avere ragione della propria istanza di sanatoria prima che l‚ÄôAG procedesse, ad ogni modo, all‚Äôabbattimento dell‚Äôimmobile abusivo.

 

RISPOSTA:

Il dubbio tra il condizionale passato e il congiuntivo trapassato dipende dalla presenza, nella frase, di due possibili momenti di riferimento, uno precedente al¬†volere avere ragione¬†(coincidente con il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), uno successivo (coincidente con il¬†procedere all’abbattimento). Il condizionale passato ha la funzione di esprimere la posteriorit√† rispetto a un punto prospettico collocato nel passato, quindi descrive il processo del¬†volere avere ragione¬†come posteriore all’evento, passato, del¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze. Il congiuntivo trapassato, diversamente, descrive il¬†volere avere ragione¬†come precedente rispetto all’evento, pure passato (ma, attenzione, successivo al¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze), del¬†procedere all’abbattimento. Entrambe le scelte sono, pertanto, legittime in astratto; entrambe, per√≤, presentano dei difetti: la prima non veicola alcuna sfumatura eventuale, che sarebbe, invece, utile; la seconda veicola s√¨ un senso di eventualit√† (per via della sovrapposizione tra la proposizione relativa e la condizionale:¬†da chi avesse voluto¬†=¬†se qualcuno avesse voluto), ma costringe a cambiare il momento di riferimento a met√† frase, creando una certa ambiguit√† (il¬†volere avere ragione¬†precede il¬†procedere all’abbattimento¬†o il¬†procedere all’istruttoria e all’esitazione delle istanze?). Consigliamo, allora, una terza soluzione: il congiuntivo imperfetto (da chi volesse avere ragione), che non cambia il momento di riferimento e veicola una sfumatura eventuale. Il congiuntivo imperfetto ha, inoltre, il vantaggio di essere percepito come pi√Ļ formale del condizionale passato, quindi pi√Ļ appropriato a un contesto come questo.
Fabio Ruggiano
Francesca Rodolico

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúStringo la coppa tra le mani‚ÄĚ che funzione logica ha il sintagma¬†tra le mani? Indica uno stato in luogo o un complemento di mezzo?

 

RISPOSTA:

Indica uno stato in luogo, ma l’interpretazione come complemento di mezzo √® legittima. Non √® raro che un’indicazione di luogo sia ulteriormente interpretabile come informazione circa un mezzo. Succede, per esempio, in espressioni come¬†in treno,¬†in macchina,¬†in bicicletta…: in una frase come “Vado a scuola in bicicletta”, infatti, il complemento introdotto da¬†in¬†indica il luogo in cui mi trovo mentre vado a scuola, ma quel luogo ha anche la funzione del mezzo con cui copro il tragitto.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

Può essere ritenuto corretto (o almeno non scorretto) un uso della virgola dopo espressioni come a seguire e al termine?
Ad esempio: “Al termine, consegna della medaglia al vincitore”, “A seguire, assegnazione di una borsa di studio al miglior studente”.

 

RISPOSTA:

La virgola non √® affatto scorretta; al contrario, √® preferibile inserirla. In generale, i sintagmi che hanno la funzione di espansioni (ovvero contengono informazioni che non sono collegate al verbo o a un singolo argomento del verbo, ma riguardano l’intera frase) e sono inseriti all’inizio della frase vanno separati con la virgola dal resto della frase. Se, invece, le espansioni si trovano in coda, la virgola √® opzionale: “Consegna della medaglia al vincitore al termine” / “Consegna della medaglia al vincitore, al termine”. L’inserimento della virgola accentua la rilevanza informativa dell’espansione. Se, infine, la frase lo consente, l’inserimento dell’espansione al centro della frase richiede tipicamente la separazione dal resto della frase con le virgole di apertura e chiusura: “La medaglia sar√† consegnata, al termine, al vincitore”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Mi √® capitato di scrivere la seguente frase in un messaggio: “Ti invio il documento di cui mio marito ha parlato alla tua collega”. Nel rileggerlo e analizzandone la sintassi, non riscontro errori; tuttavia, a orecchio, non mi convince.
Se non ci fosse il complemento di termine in coda alla costruzione, non avrei alcun dubbio.

 

RISPOSTA:

La sintassi della frase √® corretta; il complemento di termine retto dal verbo parlare deve necessariamente essere inserito dopo il verbo stesso (l’inversione sarebbe molto innaturale), quindi la posizione in coda alla frase √® quasi obbligata. Non √®, del resto, possibile eliminarlo, visto che √® il secondo argomento del verbo (il cui schema valenziale √®, appunto, SOGG. + parlare + ARG. PREPOS.): parlare¬†senza l’indicazione della persona a cui si parla, infatti, prende significati del tutto diversi da quello qui inteso, ovvero ‘avere la facolt√† del linguaggio’ (“Mio figlio ancora non parla”), oppure ‘dialogare’ (“Di solito parliamo di calcio”) o anche ‘rivelare un segreto’ (“Il complice ha parlato”).
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Pronome, Verbo
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio su un esercizio che chiede se in una frase il verbo¬†essere¬†√® utilizzato come ausiliare o con significato proprio, La frase √® la seguente: “Oggi sono distrutto”.
Trovandomi in una quarta primaria che non conosce ancora le forme passive, e mancando nella frase un agente, ho interpretato la parola distrutto come un participio passato con funzione aggettivale e ho suggerito un significato proprio del verbo essere. Ma il libro, nelle soluzioni, lo interpreta come verbo essere con funzione di ausiliare.
Potete chiarire il mio dubbio?

 

RISPOSTA:

La soluzione sta nel mezzo: nella frase il verbo¬†essere¬†non √® ausiliare, ma non ha neanche un significato proprio, visto che √® copula (e la copula, per l’appunto, non ha un significato proprio, ma serve soltanto a collegare il soggetto con la parte nominale del predicato). Se il libro interpreta¬†sono¬†come ausiliare fa una scelta molto strana, per quanto non sbagliata in assoluto.¬†Sono, infatti, potrebbe ben essere l’ausiliare di un verbo passivo, ma se cos√¨ fosse la frase avrebbe un significato molto innaturale: “Oggi vengo distrutto” o “Oggi mi si distrugge”. Chiaramente, quindi,¬†sono distrutto¬†√® predicato nominale e la frase significa “Oggi sono molto stanco”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Nella frase “√ą stato il sindaco a raccontare la storia pi√Ļ divertente della serata”, il nome¬†storia¬†√® concreto o astratto?

 

RISPOSTA:

La distinzione tra nomi concreti e astratti √® una ossessione della grammatica italiana non pienamente giustificata. I concetti di¬†concreto¬†e¬†astratto, infatti, sono di per s√© sfuggenti, ma soprattutto non riguardano la lingua, bens√¨ la realt√†; in altre parole, a essere concreto o astratto non √® il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altro nome), bens√¨ il referente del nome stesso, la “cosa” che viene designata con il nome¬†storia¬†(o qualsiasi altra “cosa” designata da altro nome). Fatta questa premessa, comunque, nell’ottica usata dalle grammatiche scolastiche,¬†storia¬†√® in questo caso un nome concreto, perch√© designa un racconto specifico che √® stato pronunciato da un parlante e udito da un pubblico.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

Quale complemento rappresenta il sintagma introdotto da in base a nella seguente frase?
“√ą necessario agire in base alle esigenze del volgo”.

L’analisi logica non permette di classificare con la stessa precisione tutti i sintagmi possibili, nonostante la tipologia sia ricca (secondo alcuni persino troppo ricca). Nel caso in questione, il complemento pi√Ļ vicino alla funzione sintattico-semantica svolta dal sintagma¬†in base alle esigenze¬†√® quello di causa, visto che si pu√≤ parafrasare il sintagma con ‘in modo che il nostro agire sia l’effetto di’.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Desidererei sottoporre alla vostra attenzione questa frase: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si sono sposati”. Se i nonni non ci sono pi√Ļ o anche uno solo di essi √® mancato, √® corretto esprimersi in questo modo o √® necessario ricorrere ad un’altra espressione? Per esempio: “Oggi sono 70 anni che i miei nonni si erano sposati” oppure “I miei nonni si erano sposati, come oggi, 70 anni fa”.

 

RISPOSTA:

Il trapassato prossimo si usa per esprimere un rapporto di anteriorit√† rispetto a un altro evento avvenuto nel passato. Nella frase in questione l‚Äôorganizzazione sintattica mette l‚Äôaccento sui 70 anni, per cui l‚Äôinserimento di un momento di riferimento passato (la morte di uno dei due coniugi o di entrambi), che giustificherebbe l‚Äôuso del trapassato, comporterebbe una contraddizione; il lettore, cio√®, non saprebbe come armonizzare l‚Äôinformazione che il calcolo degli anni ammonta a 70 con l‚Äôinformazione che tale calcolo non ha valore, perch√© nel frattempo √® successo un fatto che lo ha modificato. Inoltre, dal punto di vista semantico l‚Äôevento dello sposarsi √® momentaneo: una volta avvenuto non pu√≤ essere annullato da un altro evento successivo. Anche con la morte di uno dei coniugi, la circostanza del matrimonio rimane valida e legata a un preciso momento del passato. Diversamente, il processo dell‚Äôessere sposati pu√≤ essere modificato dalla morte (o il divorzio). Il messaggio da lei richiesto, insomma, pu√≤ essere espresso con un periodo ipotetico, per esempio: ‚ÄúOggi i miei nonni festeggerebbero 70 anni di matrimonio (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ, oppure ‚ÄúOggi i miei nonni sarebbero sposati da 70 anni (se uno dei due non fosse morto)‚ÄĚ.

Fabio Ruggiano

Francesca Rodolico

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QUESITO:

Leggendo in rete questa frase: ‚ÄúMichelangelo disegnava la lista della spesa siccome la sua domestica era analfabeta‚ÄĚ, mi sono imbattuto in un commento che criticava l‚Äôuso della congiunzione causale (siccome¬†pu√≤ essere usato soltanto a inizio frase). Dal momento che mi sembra una vera e propria regola fantasma, approfitto del portale per chiedere se ci√≤ sia vero o meno.

 

RISPOSTA:

Possiamo definirla una regola fantasma per due ragioni: 1. non c’√® una vera e propria restrizione dell’uso di¬†siccome¬†in tutte le posizioni, per quanto questa congiunzione in contesti formali preferisca una certa posizione; 2. la posizione preferita della congiunzione non √® a inizio frase, cio√® prima della principale, ma prima della reggente, anche quando quest’ultima segue la principale (si pensi a una frase come “Sono stanco di sentire che siccome sono basso non posso giocare a pallacanestro”).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Ho un dubbio nato da questa conversazione:
Tizio: ¬ęHo una brutta notizia da darti?¬Ľ
Caio: ¬ęPerch√®? Ne hai anche (di) belle?
In questo caso il di è di troppo e quindi impossibile?

 

RISPOSTA:

Innanzitutto non sempre un sintagma di troppo √® impossibile. Nella lingua d’uso comune √® frequente l’inserimento nelle frasi di sintagmi superflui dal punto di vista sintattico, ma utili sul piano testuale o comunicativo (per esempio perch√© enfatizzano la partecipazione emotiva del parlante). In altri casi ancora il sintagma superfluo deriva dall’attrazione di un altro elemento della frase, ma rimane giustificabile perch√© non rende la frase ambigua e, anzi, la sua sottrazione rende la frase meno naturale. In questo caso il¬†di¬†√® superfluo per attrazione, perch√© serve a costruire un sintagma partitivo non necessario attratto dall’altro sintagma partitivo presente nella frase, costruito con¬†ne. La domanda, in altre parole, si pu√≤ parafrasare cos√¨: “Hai anche alcune tra le notizie tra quelle che sono belle?”, mentre √® sufficiente “Hai anche alcune tra le notizie che sono belle?” (ovvero “Ne hai anche belle?”). La domanda, pertanto, pu√≤ ben essere costruita come “Ne hai anche belle?”. L’inserimento di¬†di, per√≤, non danneggia in alcun modo la sintassi e, per la verit√†, si pu√≤ anche giustificare sul piano sintattico: in teoria, infatti, le notizie belle sono un sottogruppo delle notizie, per cui √® possibile indicare le notizie possedute dall’interlocutore come una parte delle notizie belle, che a loro volta sono una parte delle notizie.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Preposizione
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QUESITO:

In una comunicazione e scritta e meglio usare il presente o il futuro per riferirsi al futuro? Ad es. “I genitori possono/potranno partecipare all‚Äôiniziativa organizzata per domani, recandosi… Se per esigenze particolari non si riesce/non si dovesse riuscire a rispettare l‚Äôorario indicato, si pu√≤/potr√† avvisare telefonicamente….”.
Chiedo anche se la punteggiatura va bene.

 

RISPOSTA:

Per descrivere un evento futuro si pu√≤ ovviamente usare l‚Äôindicativo futuro; si pu√≤, per√≤, usare anche il presente, specie in contesti informali e, nel parlato, anche mediamente formali. Il presente al posto del futuro √® accettabile soprattutto nei casi in cui la nozione di futuro √® affidata ad elementi esterni al verbo, per esempio espressioni di tempo (come¬†domani¬†nella prima parte della sua frase). Nella proposizione ipotetica della stessa frase, l’alternativa dovrebbe essere tra¬†si riesce¬†e¬†si riuscir√†¬†(si dovesse riuscire¬†√® ovviamente possibile, ma non √® n√© presente n√© futuro, quindi non c’entra con la domanda). Anche in questo caso, come anche nella proposizione reggente che segue l’ipotetica, la scelta del presente √® possibile ma abbassa il registro.
In quanto alla punteggiatura, l’unico suggerimento che si pu√≤ fare √® di eliminare la virgola prima della proposizione al gerundio (domani, recandosi); tale proposizione, infatti, dovrebbe essere interpretata come strettamente connessa alla reggente, visto che presenta lo strumento con cui pu√≤ realizzarsi l’evento in essa descritto (partecipare all’iniziativa).
Francesca Rodolico
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Quali frasi sono corrette?

1a. Chissà se esistano i fantasmi
1b. Chissà se esistono i fantasmi
Oppure:
2a. Alcuni mi chiedono se esistano i fantasmi
2b. Alcuni mi chiedono se esistono i fantasmi

Inoltre:
3a. Mi piace un sacco le persone
3b. Mi piacciono un sacco le persone

 

RISPOSTA:

Le frasi 1a, 1b, 2a e 2b sono tutte varianti ben formate. Si tratta di interrogative indirette che ammettono sia il congiuntivo sia l’indicativo. La soluzione con il congiuntivo √® pi√Ļ aderente alla grammatica standard ed √® preferibile in contesti di alta formalit√†; quella con l’indicativo invece √® meno formale, ma comunque corretta.
Fra 3a e 3b la variante corretta √® soltanto 3b. Il verbo piacere √® intransitivo e non pu√≤ reggere un complemento oggetto; una delle particolarit√† di questo verbo (le cui sfumature si possono approfondire qui) √® il soggetto, che solitamente si trova posposto al verbo e sembra comportarsi come un complemento oggetto. In questo caso, il soggetto √® le persone, quindi l’accordo grammaticale andr√† al plurale piacciono. La frase riscritta in altro modo sarebbe: “Le persone piacciono a me un sacco”. Aggiungo, come nota di chiusura, che un sacco, che qui equivale a ‘molto’, ha valore avverbiale ed √® tipico del linguaggio colloquiale.
Raphael Merida

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QUESITO:

A volte ho difficolt√† nel riconoscere se¬†uno¬†e¬†una¬†sono articoli indeterminativi o aggettivi. Per esempio nella frase: “Sono andato a Pisa per una visita”, in analisi logica¬†per una visita = complemento di fine pi√Ļ attributo, oppure una √® semplicemente articolo?

 

RISPOSTA:

In italiano √® possibile distinguere l’articolo indeterminativo dall’aggettivo numerale soltanto considerando il contesto della frase. Diversa la situazione di altre lingue, nelle quali le due parole hanno forme diverse; per esempio l’inglese, in cui un’espressione come¬†a ticket for an hour¬†suona molto bizzarra, perch√© significa ‘un biglietto per un’ora qualsiasi’, mentre del tutto normale √®¬†a ticket for one hour, cio√® ‘un biglietto per un’ora, valido per un’ora’.
Un modo molto pratico per accertarsi se¬†uno¬†sia da considerarsi articolo o numerale √® provare a parafrasarlo con¬†uno indeterminato¬†e con¬†uno solo. Se la parafrasi pi√Ļ calzante √® la prima saremo davanti a un articolo, se √® la seconda avremo un numerale. Nella sua frase¬†una visita¬†√® da intendersi probabilmente come ‘una visita indeterminata’, non come ‘una sola visita’, quindi¬†una¬†√® articolo.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

In questa risposta si dice che “le completive subordinate di secondo grado preferiscono il congiuntivo“ e viene riportato, al riguardo, il seguente esempio:

“Non sapevo che tu sapessi che io sapessi“.

¬†Qui abbiamo una proposizione principale negativa che giustifica, secondo me, la subordinata di primo grado al congiuntivo e, sempre secondo me, in qualche modo condiziona tutto il periodo. Se avessimo per√≤ una principale affermativa, l‚Äôindicazione di massima sarebbe comunque valida (vedi soluzioni 1b e 1c), oppure l‚Äôindicativo sarebbe la soluzione pi√Ļ felice (1a)?

1a) Sapevo che tu sapevi che io sapevo.

1b) Sapevo che tu sapevi che io sapessi.

1c) Sapevo che tu sapessi che io sapessi.

 

RISPOSTA:

√ą vero che il congiuntivo nella completiva √® preferibile quando la reggente √® negativa (o ha un verbo impersonale). Anche con la principale affermativa e la subordinata di primo grado all‚Äôindicativo, comunque, la subordinata di secondo grado tende a preferire il congiuntivo. Nel caso specifico del verbo sapere affermativo, l‚Äôindicativo nella subordinata di primo grado √® una scelta un po‚Äô forzata (ma lo √® meno se il verbo della principale √® all‚Äôimperfetto); in quella di secondo grado √®, invece, del tutto accettabile (come nella sua variante 1b).

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Verbo
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Ho notato che, in presenza di come e quanto, per ragioni a me ignote, il congiuntivo prevale sull’indicativo, che tuttavia non dovrebbe essere scorretto:

1) Ho visto quanto tu la amassi / amavi.

2) Mi aggiornò su come volesse / voleva intervenire.

 

RISPOSTA:

Nelle frasi da lei proposte le subordinate sono interrogative indirette, che sono il tipo di completiva pi√Ļ naturalmente costruito con il congiuntivo. Come pu√≤ anche sostituire che in proposizioni soggettive e oggettive, come nella frase ‚ÄúSo / √ą noto come tu ritenga la cosa sbagliata‚ÄĚ (= ‚Äú‚Ķ che tu ritieni la cosa sbagliata‚ÄĚ). Nelle proposizioni cos√¨ costruite √® decisamente preferibile il congiuntivo, probabilmente perch√© esse vengono associate alle interrogative indirette.

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Quali delle seguenti costruzioni sarebbero da evitare perché troppo, o troppo poco, formali?

1) Lascio intendere che si vuole / voglia.

2) Con quelle parole gli fece capire che cosa stava / stesse succedendo.

3) Ho compreso perché tu lo hai / abbia fatto.

4) Constatò fino a che punto riuscivano / riuscissero a mentire i suoi colleghi.

5) Gli spiegò chi era /  fosse.

6) Ero a conoscenza di che cosa voleva / volesse.

7) Prendo atto che la mia scelta ha / abbia generato critiche.

8) Secondo te non mi sono accorto che lei è / sia bella?

9) Mi fece sapere che cosa era / fosse accaduto.

10) Mi basta capire che lei è / sia una brava dottoressa.

11) √ą questo il motivo per cui l‚Äôuomo lo aveva / avesse aggredito.

12) Ho specificato che cosa aveva / avesse detto.

13) Vorrebbe davvero affermare che sua moglie è / sia stata insultata?

14) Gradirei che mi confermaste che tutto è / sia a posto.

15) La tua affermazione mi fa capire che cosa è / sia accaduto.

16) Capivo dove voleva / volesse andare a parare.

17) Avete constatato che ogni oggetto era / fosse al proprio posto?

18) Rivelò a chi era / fosse rivolto il prodotto.

 

RISPOSTA:

Gli esempi da lei proposti sono ugualmente ben costruiti nelle due varianti (tranne il numero 11), con la precisazione che il congiuntivo √® pi√Ļ formale dell‚Äôindicativo, quindi la scelta tra l’una e l’altra variante va fatta in base allo stile personale e al contesto comunicativo. Va, comunque, precisato che la proposizione interrogativa indiretta √®, tra le completive, quella costruita pi√Ļ naturalmente con il congiuntivo. Nell‚Äôesempio 11 la proposizione subordinata non √® una completiva, ma una relativa; questa proposizione si costruisce di norma con l‚Äôindicativo, ma pu√≤ prendere il congiuntivo per assumere una sfumatura consecutivo-finale (che qui sarebbe fuori luogo).

Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere di che tipo sono gli avverbi come “fortunatamente, sfortunatamente, purtroppo”, sui quali non c’√® molta chiarezza sui manuali di studio.

 

RISPOSTA:

Sono avverbi di giudizio che esprimono un punto di vista personale.

Raphael Merida

Parole chiave: Analisi grammaticale, Avverbio
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nell’espressione¬†spaziare da un argomento all’altro¬†che complemento √®¬†da un argomento?

 

RISPOSTA:

Complemento di origine.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Nella frase ‚ÄúMi piacciono molto i romanzi, soprattutto quelli di avventura‚ÄĚ,¬†di avventura¬†√® un complemento di specificazione o di argomento?

 

RISPOSTA:

Entrambe le risposte sono giustificate. Volendo essere pignoli, possiamo osservare che un romanzo di avventura non ha come argomento l’avventura, ma racconta una storia avventurosa, ovvero caratterizzata da avventurosit√†. Propenderei, pertanto, per il complemento di specificazione.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica
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QUESITO:

I mesi dell‚Äôanno sono in italiano sostantivi, tuttavia pur essendo ‚Äúnomi propri di cosa‚ÄĚ, si scrivono con la lettera minuscola. √ą sbagliato ricondurre l‚Äôuso della lettera minuscola al fatto che vengano intesi come ‚Äúaggettivi‚ÄĚ‚Äô del sostantivo ‚Äúmese‚ÄĚ (anche se sottinteso) come avviene, tra l‚Äôaltro, in latino (dove sono aggettivi)?

RISPOSTA:

In italiano, i nomi dei mesi, cos√¨ come quelli della settimana e delle stagioni, non sono dei veri nomi propri (in latino, molti nomi dei mesi erano derivati da nomi propri: Ianuarius ‘Giano’; Martius ‘Marte ecc.) e non richiedono l’iniziale maiuscola. A parte i casi di personificazione (per esempio in poesia), quelli in cui un nome √® attribuito a una persona (per esempio Domenica, nome proprio di persona), o alcuni casi particolari che indicano una determinata occorrenza (il Sabato Santo, il Marted√¨ grasso ecc.), i nomi dei giorni, dei mesi e delle stagioni non indicano un’unicit√†, ma una periodicit√†, cio√® qualcosa che si ripete sempre. Nell’italiano antico e moderno i nomi che indicano data (come appunto i nomi dei giorni, dei mesi o delle stagioni) sono stati percepiti da un buon numero di parlanti come nomi propri e per questo scritti spesso con la lettera maiuscola. Nell’italiano contemporaneo questa percezione √® venuta meno e l’uso della maiuscola pu√≤ essere ricondotto all’influsso della grafia inglese che, al contrario di quella italiana, prevede l’iniziale maiuscola per questo tipo di nomi.
Raphael Merida

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QUESITO:

All’interno di un opuscolo che annunciava una serie di eventi in pubblico, mi √® capitato di leggere un’espressione simile a questa: “Ore 18.00 piazza Chiesa: Inizio della competizione (etc.)”.

Al riguardo, mi chiedo se siano corretti l’uso dei due punti (che, immagino, siano stati impiegati per separare la puntualizzazione del luogo da quella del rispettivo appuntamento) e l’uso del maiuscolo per la successiva parola “Inizio”.

 

RISPOSTA:

Di norma, i due punti separano due segmenti di testo dello stesso periodo; quel che viene dopo questo segno interpuntivo, dunque, non richiede la lettera maiuscola. Nell’esempio occorre separare non soltanto il luogo dalla descrizione dell’evento, ma anche l’ora dal luogo. Per scandire meglio le informazioni potremmo inserire un trattino (“Ore 18.00 – piazza Chiesa: inizio della competizione”) o una virgola (“Ore 18.00, piazza Chiesa: inizio della competizione”). Un altro espediente efficace consiste nell’inserimento del luogo tra parentesi tonde: “Ore 18.00 (piazza Chiesa): inizio della competizione”.
Raphael Merida

Parole chiave: Analisi del periodo, Coesione
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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ, che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.

√ą corretto/accettabile l‚Äôuso del congiuntivo nella relativa qui proposta o sarebbe stato pi√Ļ corretto usare l‚Äôindicativo?
Credo che il congiuntivo dia una sfumatura di eventualità o si tratta di un ipercorrettismo o attrazione modale?

 

RISPOSTA:

La proposizione relativa si costruisce normalmente con l’indicativo. In questa proposizione il congiuntivo pu√≤ essere utile a esprimere una sfumatura consecutivo-finale (“Cerco una persona che mi capisca”); quando, inoltre, essa √® subordinata a un’altra proposizione al congiuntivo, pu√≤ prendere il congiuntivo per quella che possiamo definire¬†attrazione modale. Che il congiuntivo nel suo caso non sia richiesto per ragioni semantiche √® dimostrato dal fatto che, sostituendolo con l’indicativo (che io non avevo afferrato), il risultato non solo √® pienamente accettabile, ma mantiene lo stesso significato. Perdipi√Ļ, il congiuntivo √® persino forzato nella relativa esplicativa (quale √® quella della sua frase), che aggiunge informazioni accesorie all’antecedente (qualcosa); risulterebbe del tutto naturale, invece, nella relativa limitativa, che serve a identificare l’antecedente: ‚ÄúPensavo che avesse detto qualcosa in pi√Ļ che io non AVESSI afferrato‚ÄĚ.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Ho un dubbio reltivo alla seguente frase esterapolata dagli atti di un processo:
“i coniugi dichiarano di avere provveduto alla divisione dei beni mobili e di ogni altro oggetto di valore al di fuori di questa convenzione e di non avere null‚Äôaltro a pretendere una dall’altra”.
Qual √® la forma corretta:¬†una dall’altra,¬†uno dall’altro¬†oppure¬†uno dall’altra?

 

RISPOSTA:

I pronomi¬†uno¬†e¬†altro¬†hanno quattro forme (diversamente, per esempio, da¬†che, che ne ha una sola), quindi concordano con la parola a cui si riferiscono. Quando i due pronomi sono usati nell’espressione reciproca¬†l’un l’altro¬†o in varianti della stessa, pu√≤ capitare che la concordanza influenzi soltanto il genere, non il numero. Questo avviene quando la parola a cui entrambi i pronomi si riferiscono √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare. L’esempio della frase da lei proposta √® proprio il caso in cui la parola a cui i pronomi si riferiscono,¬†coniugi, √® plurale, mentre ciascuno dei due pronomi rimanda a un referente singolare, ovvero ciascuno dei due coniugi. Da questo consegue che la forma grammaticalmente ineccepibile sia, nel suo caso,¬†l’uno dall’altro¬†(ovvero ‘un coniuge dall’altro coniuge’). Comunemente, se i due referenti dei due pronomi sono uno maschile, l’altro femminile, √® possibile anche costruire un accordo “logico”, cio√® non con la parola, ma con i referenti. In questo modo, se i coniugi in questione sono un uomo e una donna la forma sar√†¬†uno dall’altra¬†(ovvero ‘il marito dalla moglie’) o, viceversa,¬†una dall’altro. Un testo come una sentenza o simili, comunque, richiede il maggior rigore grammaticale possibile; in un simile testo, pertanto, √® preferibile usare la forma che concorda con¬†coniugi.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

In una discussione, un mio caro amico mi indica che Рa suo dire Рtaciamo è una possibile versione alternativa, ma corretta, di tacciamo.
Ogni riferimento che ho trovato sembra smentirlo. Tuttavia, a sostegno della sua ipotesi mi segnala una pagina di Wikipedia. In effetti la voce taciamo è riportata, anche se priva della relativa pagina grammaticale.
Cos√¨ c’√® rimasto il dubbio che possa esistere un uso grammaticalmente corretto, e non relegato a questioni dialettali o di usanze regionali tra i parlanti.

 

RISPOSTA:

La forma¬†tacciamo¬†√® quella sicuramente corretta, anche se¬†taciamo¬†esiste: i pochi verbi in¬†cere¬†(tacere,¬†giacere,¬†(s)piacere…) hanno una radice che cambia (polimorfica) a seconda della desinenza. In fiorentino antico, e da l√¨ in italiano, la consonante prepalatale si rafforza se si trova dopo vocale e davanti a [j], ovvero al suono della i¬†seguita da un’altra vocale (o semivocalica). Per questo¬†taccio,¬†tacciamo,¬†tacciono,¬†taccia,¬†tacciano, ma¬†taci¬†(qui la¬†i¬†√® una vocale, non una semivocale, perch√© non √® seguita da un’altra vocale),¬†tacete,¬†tacere¬†ecc. Le radici polimorfiche sono facilmente soggette a processi analogici; i parlanti, cio√®, spesso adattano le forme minoritarie, per quanto etimologicamente corrette, a quelle maggioritarie, pure corrette, ma derivate da trafile di formazione diverse. Proprio un processo analogico √® quello che ha creato¬†taciamo¬†sulla base del modello maggioritario¬†tac¬†rispetto a quello minoritario¬†tacc-. Si noti che il participio passato¬†taciuto¬†non ha la consonante rafforzata perch√© nasce gi√† come forma analogica (in latino era¬†tacitus) modellata sulla maggioranza dei participi passati dei verbi della seconda coniugazione (creduto,¬†cresciuto,¬†voluto…).
Il processo di adattamento pu√≤ avere successo nel tempo e, effettivamente, creare forme nuove;¬†taciamo¬†(ma anche¬†piaciamo¬†e¬†giaciamo) oggi esistono, ma per queste parole il processo √®¬†in fieri, come testimonia l’atteggiamento dei vocabolari: il GRADIT, che √® aperto all’uso vivo, riporta¬†taciamo¬†accanto a¬†tacciamo¬†(e¬†piaciamo¬†accanto a¬†piacciamo,¬†giaciamo¬†accanto a¬†giacciamo); lo Zingarelli e il Treccani, invece, pur essendo vocabolari dell‚Äôuso, non registrano affatto la variante. In conclusione, attualmente la forma¬†taciamo¬†√® percepita come scorretta, quindi va evitata anche in contesti informali, specie se scritti; in futuro, per√≤, √® probabile che diventi comune accanto a¬†tacciamo¬†e, addirittura, che la sostituisca.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Mi aiutereste nell’analisi logica della seguente frase?
Non credo che mangiare questa pizza possa farti bene, ma decidi tu.

 

RISPOSTA:

L’analisi logica considera soltanto la frase semplice; la sua frase, pertanto, deve essere divisa in quattro parti, corrispondenti a quattro frasi semplici, per poter essere analizzata con questa procedura:¬†non credo¬†|¬†mangi questa pizza | ci√≤ non pu√≤ farti bene¬†| decidi tu. Nella prima frase il soggetto √®¬†io¬†e il predicato verbale √®¬†non credo; nella seconda frase il soggetto √®¬†tu, il predicato verbale √®¬†mangi, che regge il complemento oggetto con attributo¬†questa pizza; nella terza frase il soggetto √®¬†ci√≤, il predicato verbale √®¬†non pu√≤ fare bene¬†(considerando¬†fare bene¬†alla stregua di un’unit√† lessicale, equivalente a¬†giovare), che regge il complemento di termine (o di vantaggio)¬†ti; nella quarta frase il soggetto √®¬†tu¬†e il predicato verbale √®¬†decidi.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Leggo che ‚Äúcui‚ÄĚ si accorda sia con il singolare che con il plurale, quindi vorrei chiedere se c‚Äô√® differenza tra le seguenti due frasi o se sono intercambiabili:

Vorrei persone con cui essere me stesso.

Vorrei persone con le quali essere me stesso.

 

RISPOSTA:

Le due forme sono sovrapponibili: cui, in questo caso, si riferisce solamente a persone, quindi non crea equivoci di numero o di genere grammaticale.
Raphael Merida

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QUESITO:

Quale di queste due espressioni è corretta:

“Sconcerta il nostro (come esseri umani) dibattersi o dibatterci per cose banali”.

 

RISPOSTA:

Il verbo dibattersi, intransitivo pronominale, viene usato all‚Äôinterno dell‚Äôesempio proposto con la funzione di sostantivo, preceduto da articolo. Entrambe le forme del verbo sono possibili, ma hanno significati diversi: il dibattersi √® impersonale, ed equivale a ‚Äėil fatto che ci si dibatta‚Äô; il dibatterci contiene il pronome di prima persona plurale, quindi potremmo parafrasarlo come ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô. L‚Äôaggettivo possessivo nostro produce, pertanto, una precisazione determinante quando si unisce a dibattersi, perch√© personalizza di fatto la forma impersonale (il nostro dibattersi = ‚Äėil fatto che noi ci dibattiamo‚Äô); quando si unisce a dibatterci, invece, produce soltanto un rafforzamento del concetto gi√† espresso dal pronome ci. Tale rafforzamento √® a rigore superfluo, ma √® del tutto ammissibile, specie all‚Äôinterno di un contesto informale, perch√© conferisce alla proposizione una maggiore enfasi, e perch√© √® giustificato proprio dalla presenza di nostro, che √® percepito come semanticamente coerente con ci (laddove la combinazione di nostro e dibattersi √® sentita come insufficiente per esprimere la personalit√† dell‚Äôazione, ovvero chi sia il soggetto logico del dibattersi).

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

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Categorie: Morfologia, Sintassi

QUESITO:

Vorrei chiedere quale sarebbe il verbo corretto da usare in questa frase:
“Il ricordo del tuo luminoso sorriso e del tuo buon cuore sar√†/saranno per sempre la nostra forza”.

 

RISPOSTA:

Il soggetto della frase √®¬†il ricordo, quindi il verbo va concordato alla terza persona singolare:¬†sar√†. Il verbo sarebbe al plurale se il soggetto fosse¬†il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore, per esempio se la frase fosse costruita cos√¨: “Il tuo luminoso sorriso e il tuo buon cuore saranno per sempre la nostra forza”.
Fabio Ruggiano

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‚ÄúHai scelto il brano peggiore tra i tanti possibili”.
Vorrei sapere se l’aggettivo¬†possibili¬†nella suddetta costruzione √® corretto.

S√¨, la costruzione √® corretta: l’aggettivo¬†possibile¬†√® comunemente usato in contesti simili senza un significato preciso, ma con la funzione di rafforzare proprio l’aggettivo o il pronome (ogni possibile candidato,¬†tutti i libri possibili…).
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

√ą corretto l‚Äôuso di¬†conosciuto¬†come sinonimo di¬†noto?

 

RISPOSTA:

S√¨,¬†conosciuto¬†e¬†noto¬†sono sinonimi. Come tutti i sinonimi, comunque, non sono intercambiabili sempre: ovviamente¬†conosciuto¬†non pu√≤ essere sostituito da¬†noto¬†quando √® usato come participio passato, non come aggettivo (“L’ho conosciuto in un bar”); a sua volta¬†noto¬†√® preferito a¬†conosciuto¬†quando si riferisce a qualcosa che deriva la qualit√† dall’essere stata trattato o discusso in precedenza: “L’argomento √® noto a tutti; non serve tornarci su”.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Non riesco a capire bene quale ausiliare usare con il verbo volare se non si è in presenza di un moto a luogo e da luogo. Come posso comportarmi in queste frasi?

1. Questo √® l¬īaereo su cui ho volato/sono volato.

2. Ho volato in Italia (qui inteso come stato in luogo).

3. Cosa ha volato/è volato in cielo?

4. Sono volato/ho volato (con il deltaplano).

5. L’uccellino ha volato/√® volato (ma non via).

6. I partecipanti sono volati/hanno volato sulla pista (inteso come stato in luogo).

Quanto al verbo vincere, esso regge la preposizione contro?

 

RISPOSTA:

Il verbo volare pu√≤ essere costruito con entrambi gli ausiliari quando si riferisce a persone (che possono volare grazie all‚Äôuso di mezzi di trasporto aerei o in significati figurati), di animali dotati di ali e di veicoli deputati al volo. In questi casi avere √® il pi√Ļ utilizzato, mentre √® preferibile utilizzare essere quando il verbo √® accompagnato da complementi di moto da luogo o a luogo, in quasi tutti i significati figurati e per le azioni in corso di svolgimento. Di conseguenza, negli esempi 1, 2, 4 e 5 sarebbe preferibile selezionare l‚Äôausiliare avere. Al contrario, richiedono¬†l‚Äôausiliare¬†essere l‚Äôesempio 3, in quanto qui il soggetto potrebbe essere un oggetto che si libra in volo sospinto dal vento o altre forze, e l’esempio 6, perch√© qui¬†volare √® usato con il significato figurato di ‘muoversi velocemente’ (lo stesso che si userebbe in frasi come “Sono volato, ma sono arrivato comunque tardi”).

Nell‚Äôesempio 5 la scelta dell‚Äôausiliare influisce sul significato della frase:¬†ha volato significa ‘√® riuscito a volare’;¬†√® volato,¬† preferibilmente seguito da un sintagma che indica il luogo (via,¬†lontano,¬†fuori dalla finestra…), significa ‘si √® spostato in volo’.

In quanto alla seconda domanda, il verbo vincere pu√≤ essere transitivo (vincere la partita), ma √® pi√Ļ spesso intransitivo (vincere a dadi, di due punti, con l’inganno). In entrambi i casi pu√≤ essere accompagnato da complementi indiretti che indicano l’avversario sconfitto e sono costruiti con¬†con¬†o contro. Quando √® transitivo, inoltre, l’avversario pu√≤ essere costruito come complemento oggetto:¬†vincere il nemico.

Francesca Rodolico

Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi logica, Verbo
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QUESITO:

Vorrei chiedere come si divide in sillabe la parola ‚Äúspirituale‚ÄĚ, perch√© a mio avviso nella parola si verifica un dittongo, mentre molti dizionari riportano come corretta la divisione ‚Äúspi-ri-tu-a-le‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Nella parola spirituale si verifica uno iato perch√© la u primo elemento del gruppo ua √® una vocale e non una semiconsonante (quindi si pronuncia autonomamente rispetto alla a). Come lei osserva, i principali dizionari concordano sulla divisione in sillabe spi-ri-tu-√†-le. Il problema pu√≤ emergere sulle parole in cui la coppia ua √® atona come in spiritualit√† o spiritualista; in questi casi √® difficile dire con certezza se si tratti di dittongo o iato. I dizionari, infatti, divergono sulla divisione in sillabe di queste parole: alcuni applicano il criterio dell’analogia, per cui se nella parola spirituale si verifica uno iato anche in spiritualista si avr√† uno iato, quindi spi-ri-tu-a-l√¨-sta; altri, invece, considerano la sequenza atona un dittongo ascendente, quindi spi-ri-tua-li-t√†.
Raphael Merida

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Ho un dubbio che riguarda le proposizioni correlative costruite con non solo… ma anche, come nel periodo seguente:
‚ÄúSi occuper√† non solo della gestione, ma anche della programmazione‚ÄĚ.
Ma se io scrivessi:
‚ÄúMarco si occuper√† non solo della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli (anche) la programmazione‚ÄĚ, per la correttezza del periodo √® necessario che ci sia¬†anche?
Inoltre, avendo un rapporto di interdipendenza, sono considerate entrambe proposizioni coordinate correlative? E la principale?

 

RISPOSTA:

Anche¬†pu√≤ essere omesso sempre, non solo nel suo caso; i parlanti, per√≤, preferiscono inserirlo perch√© chiarisce il rapporto di correlazione con¬†non solo, che il solo¬†ma¬†lascia in parte sospeso (aumentando l’ambiguit√† della frase). Nella seconda frase, in ogni caso, il problema √® un altro: i due termini in correlazione non sono¬†la gestione¬†e¬†la programmazione, bens√¨ i comportamenti di Marco e Andrea; la frase risulta, pertanto, pi√Ļ chiara se entrambe le locuzioni correlative vengono inserite prima dei due nomi (‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† anche lasciargli la programmazione‚ÄĚ). Si noti che¬†anche¬†non pu√≤ essere inserito prima di¬†Andrea, perch√© questo avverbio (che molti considerano una congiunzione) ha una portata ristretta: si riferisce al costituente immediatamente adiacente, quindi¬†anche Andrea¬†significherebbe ‘Andrea oltre a qualcun altro’. La posizione obbligata di¬†anche, per√≤, non √® un problema, perch√© la correlazione tra¬†Non solo Marco si occuper√†¬†e¬†ma Andrea dovr√† anche lasciargli¬†(ovvero ‘dovr√†¬†in pi√Ļ¬†lasciargli la programmazione’) funziona perfettamente. La frase sarebbe ben formata anche cos√¨: ‚ÄúNon solo Marco si occuper√† della gestione, ma Andrea dovr√† lasciargli anche la programmazione‚ÄĚ; in questo caso si metterebbe in evidenza che Andrea dovr√† lasciare a Marco la programmazione¬†oltre alla gestione.
Dal punto di vista dell’analisi del periodo, la proposizione che contiene¬†ma anche¬†√® coordinata all’altra, che possiamo considerare reggente, in cui appare l’altra parte della correlazione (non solo). La prima parte della correlazione funziona da anticipazione della seconda parte; un po’ come¬†tanto¬†funziona da anticipazione del¬†che¬†che introduce la proposizione consecutiva: “Sono¬†tanto¬†stanco¬†che¬†vado subito a letto”.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Vorrei sapere se in un periodo come il seguente sia opzionale l’uso del che, e quali differenze ci sono.
‚ÄúNon mi serve (che) tu venga‚ÄĚ.

 

RISPOSTA:

Le proposizioni completive esplicite (come la soggettiva¬†che tu venga¬†nella sua frase) sono introdotte da¬†che¬†(e pi√Ļ raramente da¬†come). La congiunzione introduttiva pu√≤ essere omessa senza alcuna conseguenza semantica; la frase senza¬†che¬†√®, per√≤, percepita come pi√Ļ raffinata. L’omissione del¬†che¬†√® favorita dalla presenza di un altro¬†che¬†nella frase, nella reggente (“Ho capito tardi che lei pensava (che) io non fossi quello giusto”) o in una subordinata (“Ritengo (che) non sia conveniente che tu partecipi alla riunione”). Si noti che nella completiva non introdotta da¬†che¬†√® fortemente richiesto il modo congiuntivo: l’indicativo risulta quasi sempre molto trascurato.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

√ą sbagliato usare “proprio” al posto di “nostro” come nell‚Äôesempio che segue?
“E per colpa tua, mettiamo anche oggi in dubbio la propria conoscenza”.

 

RISPOSTA:

Proprio pu√≤ sostituire soltanto i possessivi di terza persona suo e loro. La frase proposta quindi non √® corretta perch√© propria non si riferisce a un soggetto di terza persona (“E per colpa tua, Mario anche oggi mette in dubbio le sue/proprie conoscenze”), ma a un soggetto di prima persona plurale: “E per colpa tua, (noi) mettiamo anche oggi in dubbio la nostra conoscenza”.
Raphael Merida

Parole chiave: Aggettivo, Analisi logica, Pronome
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QUESITO:

Ho un quesito forse un po’ singolare suscitato dall’aver letto da qualche parte che Francis Scott Fitzgerald avesse dei problemi con l’ortografia. Volevo sapere: è davvero possibile? Inoltre, qual è il rapporto dei grandi scrittori con la grammatica? Ogni grande autore, o quasi, è un grammatico? Si trovano imperfezioni nei libri dei grandi autori o si sono trovati nei loro manoscritti? Se ne parla poco ma io lo reputo un discorso molto interessante.

 

RISPOSTA:

Non √® questa la sede per discutere dell’ortografia di Francis Scott Fitzgerald; non √®, per√≤, inconcepibile che uno scrittore stenti ad adattarsi alle regole della grammatica. Gli scrittori non sono grammatici; piuttosto √® la grammatica che trova la conferma delle sue regole negli scrittori. Sul versante della lingua, infatti, gli scrittori svolgono almeno tre ruoli: ne sono utilizzatori privilegiati, tanto da riuscire a costruire con essa interi mondi; sono fonti autorevoli delle sue forme allo stato attuale; sono innovatori, ovvero promotori del cambiamento di quello stesso stato. A seconda della personalit√† e della formazione del singolo scrittore, il peso di un ruolo pu√≤ essere predominante sugli altri. In italiano ci sono stati, addirittura, scrittori scarsamente alfabetizzati, come Vincenzo Rabito, autore di¬†Terramatta; ovviamente scrittori di questo tipo svolgono soltanto il ruolo di costruttori di mondi di parole, e non possono essere presi a modello n√© per la lingua attuale, n√© per la lingua del futuro.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Chiedo delucidazioni sull’uso dell’espressione proseguire gli studi.
Queste forme sono tutte corrette e alternative?
PROSEGUIRE GLI STUDI AL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI PRESSO IL CORSO DI STUDI…
PROSEGUIRE GLI STUDI NEL CORSO DI STUDI…

 

RISPOSTA:

La variante pi√Ļ naturale √®¬†nel corso di studi. Accanto a questa si pu√≤ usare¬†presso il;¬†presso, infatti, √® usato comunemente con il significato di ‚Äėin, dentro‚Äô, sebbene significhi propriamente ‚Äėvicino a‚Äô e sebbene l‚Äôuso con il significato di ‚Äėin‚Äô sia pi√Ļ adatto all‚Äôambito burocratico. La scelta pi√Ļ insolita sarebbe¬†al, visto che la preposizione¬†a _√® preferita per introdurre ambienti associati fortemente a specifiche esperienze (_a casa,¬†a scuola,¬†all‚Äôuniversit√†) oppure ambienti dai confini non facilmente determinabili (a Roma,¬†a Venezia, ma¬†in Italia). Possibile sarebbe anche riformulare la frase inserendo il verbo¬†iscriversi, per esempio cos√¨:¬†proseguire gli studi iscrivendosi al corso di¬†(o anche¬†nel corso). In questo caso la preposizione¬†a _(o _in) sarebbe richiesta direttamente dal verbo.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Leggo sulla Treccani che nella proposizione concessiva il verbo è al congiuntivo tranne quando introdotta da anche se. Dunque volevo la conferma che solo il primo di questi due periodi sia corretto, e perché:
“Anche se vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
“Seppure vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.
Inoltre volevo sapere cosa ne dite della variante:
“Se anche vai in Ferrari, non significa che tu debba andare sfrecciando”.

 

RISPOSTA:

La prima frase √® del tutto corretta; la seconda pu√≤ essere considerata scorretta in qualsiasi contesto scritto, nonch√© in contesti parlati medi. Va detto, per√≤, che esempi di¬†seppure vai,¬†seppure sei¬†e simili non mancano in rete, per quanto siano di gran lunga minoritari rispetto alle varianti con il congiuntivo. Il modo congiuntivo ha un ambito d’uso variegato: in alcune proposizioni √® obbligatorio, in altre √® in alternanza con l’indicativo, in altre √® richiesto da alcune congiunzioni e locuzioni congiuntive ma non da altre. Un esempio di quest’ultimo caso, oltre a quello discusso qui, √® la proposizione temporale, che richiede il congiuntivo soltanto se √® introdotta da¬†prima che. L’associazione di¬†anche se¬†all’indicativo √® probabilmente dovuta alla vicinanza di questa locuzione alla congiunzione ipotetica¬†se, che al presente richiede l’indicativo (se vai in Ferrari…). Il parallelo tra¬†se¬†e¬†anche se¬†√® confermato dal fatto che entrambe richiedono il congiuntivo all’imperfetto e al trapassato (anche se tu andassi / fossi andato). Proprio questa vicinanza semantica rende indistinguibile in molti casi¬†anche se¬†da¬†se anche, sebbene la seconda sia una locuzione congiuntiva ipotetica, non concessiva, che equivale a¬†se, eventualmente,. La differenza emerge chiaramente se l’ipotesi presenta una realt√† certamente verificatasi o certamente non verificatasi; per esempio: “Anche se il computer si √® rotto, non ne comprer√≤ un altro” / *”Se anche il computer si √® rotto…”. La seconda frase √® impossibile, perch√© non presenta una concessione contrastata dal contenuto della proposizione reggente, ma presenta un fatto sicuramente avvenuto come un’ipotesi. Si noti, comunque, che in una comunicazione autentica il ricevente tenderebbe a interpretare anche nel secondo caso la proposizione ipotetica come una concessiva, vista la vicinanza tra le due costruzioni. Con l’imperfetto e il trapassato, per di pi√Ļ, le due locuzioni diventano praticamente equivalenti: “Anche se il computer si rompesse, non ne comprerei un altro” / “Se anche il computer si rompesse…”. In questi casi, sebbene la locuzione¬†se anche¬†sia sempre ipotetica, non concessiva, essa sarebbe interpretata dalla maggioranza dei parlanti come concessiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei esprimere un dubbio in merito all’uso del congiuntivo passato e trapassato con il pronome relativo misto¬†chiunque. Nella frase “Chiunque abbia pronunciato un giudizio cos√¨ avventato, avrebbe dovuto documentarsi pi√Ļ scrupolosamente”, dopo il pronome¬†chiunque¬†potrebbe andarci bene anche il trapassato congiuntivo¬†avesse pronunciato? Se s√¨, perch√©?

 

RISPOSTA:

La frase¬†chiunque avesse pronunciato…¬†√® corretta: il trapassato¬†avesse pronunciato¬†pu√≤ servire a collocare l’evento prima di un altro evento passato, per esempio in una frase come “Luca pens√≤ che chiunque avesse pronunciato…” (in questo caso il passato non sarebbe corretto: *”Luca pens√≤ che chiunque abbia pronunciato…”). Il trapassato √® anche comunemente usato in relazione al presente, non al passato; in questo caso la relazione temporale rimane identica a quella instaurata dal passato:¬†(penso che) chiunque abbia pronunciato…¬†=¬†(penso che) chiunque avesse pronunciato…. Quest’uso deriva dalla sovrapposizione sulla proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†del modello della proposizione ipotetica (chiunque avesse pronunciato¬†=¬†se qualcuno avesse pronunciato); a ben vedere, per√≤, la sovrapposizione √® indebita, perch√© la sostituzione del passato con il trapassato non modifica il senso generale della proposizione relativa. Proprio perch√© il trapassato in queste condizioni (nella proposizione relativa introdotta da¬†chiunque¬†senza un rapporto di anteriorit√† rispetto al passato) √® di fatto equivalente al passato, se ne pu√≤ sconsigliare l’uso.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Analisi del periodo, Pronome, Verbo
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QUESITO:

Ho bisogno del vostro aiuto per capire come interpretare uno dei criteri previsti per l’authorship di un articolo su una rivista scientifica.
La frase, tradotta da me in italiano è la seguente:
“Contributi sostanziali all’ideazione o alla progettazione dell’opera; o all’acquisizione, analisi o interpretazione di dati per il lavoro”.
Dalla prima parte della frase mi √® chiaro che √® sufficiente avere contribuito in maniera sostanziale all’ideazione O alla progettazione dell’opera; ho per√≤ un dubbio su come interpretare la seconda parte della frase, laddove si tratta dell’analisi dei dati. Tra¬†acquisizione¬†e¬†analisi¬†√® possibile che si intenda una E, oppure, visto che l’ultima congiunzione dell’elenco pu√≤ essere solo sottintesa (senza alcun dubbio) una O?
Per completezza riporto anche la frase originale inglese:
“The ICMJE recommends that authorship be based on the following 4 criteria:
Substantial contributions to the conception or design of the work; or the acquisition, analysis, or interpretation of data for the work; AND (…)”.

 

RISPOSTA:

Si tratta di tre alternative; per attribuirsi il titolo di author, cioè, bisogna aver contribuito sostanzialmente almeno a una delle tre fasi di elaborazione del lavoro (oppure anche a nessuna delle tre, se si è contribuito alla ideazione o alla progettazione).
Ovviamente, bisogna considerare anche gli altri tre criteri (qui non riportati), che sono chiaramente indicati come aggiuntivi (non alternativi) tramite AND.
Sottolineo che in italiano bisogna ripetere la preposizione articolata o almeno l’articolo davanti a tutti i membri dell’elenco:¬†oppure all’acquisizione, all’analisi o all’interpretazione¬†/¬†oppure all’acquisizione, l’analisi o l’interpretazione.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Sintassi

QUESITO:

“Mi fai sentire come (ipotesi) un insegnante del dopoguerra che rimproverasse (presente o passato?) un alunno che si comporta / comporti / comportasse male”.
Con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

“Che il castigo, se al giuramento vengo / venissi / venga meno, ricada sulla mia testa”.
Le varianti sono tutte legittime?

“Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta, tu che cosa risponderesti?”.
Di nuovo, con l’imperfetto ci si riferisce al passato?

 

RISPOSTA:

Nella prima frase il congiuntivo imperfetto¬†rimproverasse¬†rappresenta correttamente l’evento come passato. La proposizione costruita intorno a¬†rimproverasse¬†√® una subordinata di tipo relativo, che si colorisce di una sfumatura eventuale per via del congiuntivo. Le forme¬†si comporta¬†/¬†comporti¬†/¬†comportasse¬†sono tutte possibili: con il congiuntivo imperfetto si rappresenta l’evento del¬†comportarsi¬†come passato, sullo stesso piano di¬†rimproverare; con il presente si sposta il punto di vista al passato per rappresentare l’atto del¬†comportarsi¬†come fosse attuale. La scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente in questo caso dipende dal grado di formalit√† che si vuole conferire alla frase. Sarebbe possibile anche¬†si era comportato¬†/¬†si fosse comportato, per collocare l’atto del¬†comportarsi¬†prima di quello del¬†rimproverare.
Nella seconda frase la subordinata √® ipotetica: in questa subordinata il tempo del verbo determina il grado di realt√† dell’evento: l’indicativo presente rappresenta l’evento come fattuale, il congiuntivo imperfetto come possibile, il congiuntivo trapassato come controfattuale, ovvero non pi√Ļ realizzabile. In questa proposizione il congiuntivo presente non si usa.
Nella terza frase la parte su cui ci si concentra (Se ti portassi qui due scale e ti chiedessi) √® una sequenza di due ipotetiche coordinate. Come detto sopra, in questa proposizione la forma del verbo esprime il grado di realt√† dell’evento; questa funzione √® indirettamente collegata al tempo, perch√© la fattualit√† (espressa dall’indicativo presente) √® legata al presente o al massimo a un futuro gi√† programmato; la possibilit√† √® legata ugualmente al presente o al futuro; la controfattualit√† √® legata al passato. Per quanto riguarda l’interrogativa diretta (quale delle due fosse / sia / √® / sarebbe la pi√Ļ alta), la scelta tra l’indicativo e il congiuntivo presente dipende dal registro, come per¬†si comporta¬†/¬†comporti. Il condizionale in questo caso non √® giustificato, perch√© non √® indicata nessuna ipotesi tale da condizionare la qualit√† dell’altezza.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

“Le citt√† iniziano ad occuparsi da loro delle leggi”.

Mi chiedo se nella frase da loro sia corretto; a me verrebbe spontaneo utilizzare da sé, anche se si tratta di plurale.
Qual è la forma corretta?

 

RISPOSTA:

La forma corretta √®¬†da s√©: questo pronome, infatti, sostituisce sia¬†lui/lei, sia¬†loro¬†quando si riferisce al soggetto. Nella frase in questione, la sostituzione del pronome con¬†loro¬†√® favorita da due fattori:¬†s√©¬†√® associato pi√Ļ facilmente al singolare che al plurale; non √® presente un altro possibile referente del pronome. La sostituzione sarebbe, infatti, ben pi√Ļ grave in una frase come “Le citt√† greche iniziano a fare alleanze con citt√† asiatiche; iniziano anche ad approvvigionarsi di merci da loro”, in cui¬†loro¬†sarebbe certamente riferito dal lettore alle citt√† asiatiche, non alle citt√† greche.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Vorrei sottoporvi un quesito (sperando sia in linea con il tipo di argomenti da voi trattati).
In navigazione si usa il termine ‘doppiare’ quando si vuole esprimere l’azione di superare/passare un capo con un’imbarcazione; ad esempio “doppiare Capo Horn in barca a vela √® pericoloso”.
Il mio dubbio riguarda l’origine della parola italiana: trovo anti-intuitiva la parola ‘doppiare’ che assomiglia (e derivare) da “doppio, due volte” in relazione all’azione che esprime (superare un capo), sopratutto se paragonata all’inglese dove si utilizza il verbo ‘round’ (round girare/passare attorno).

 

RISPOSTA:

Doppiare¬†‘oltrepassare, superare un ostacolo’ √® un tecnicismo marinaresco entrato in italiano in epoca rinascimentale come ampliamento semantico (o prestito semantico) del verbo¬†doppiare, gi√† esistente con il significato di ‘rendere qualcosa due volte maggiore, raddoppiare’. L’origine del prestito √® lo spagnolo¬†doblar, che all’epoca aveva gi√† il significato di ‘oltrepassare un ostacolo’. Spiegare perch√©¬†doblar¬†avesse sviluppato questo significato non √® facile: probabilmente dal significato del latino volgare¬†duplare¬†‘rendere doppio, raddoppiare’ si √® sviluppato il significato ‘piegare’ (perch√© quando si piega una linea si ottengono due segmenti distinti, quindi si raddoppia la linea). Questo significato, per√≤, pu√≤ essere riferito alla rotta necessaria per superare un ostacolo, ma non all’ostacolo stesso: √® la rotta, cio√®, che viene¬†doppiata¬†‘piegata’, non l’ostacolo. Per spiegare l’uso effettivo del verbo (doppiare un ostacolo, non¬†doppiare una rotta), quindi, dobbiamo ipotizzare un ulteriore slittamento semantico, da ‘piegare’ a ‘girare, aggirare’. I verbi¬†to round¬†(inglese) e¬†umschiffen¬†‘circumnavigare, navigare intorno’ (tedesco) conferma, del resto, che l’atto del superare un ostacolo piegando la rotta della nave √® comunemente definito come ‘girare, aggirare’.
A margine va detto che negli sport su pista il verbo¬†doppiare¬†√® usato come estensione del tecnicismo marinaresco, e infatti ha il significato di ‘superare, oltrepassare un concorrente’; non c’√® in questo significato alcun riferimento al ‘raddoppiamento’ (quando si doppia un concorrente non si raddoppiano i giri conclusi, ma semplicemente se ne aggiunge uno).
Fabio Ruggiano
Raphael Merida

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QUESITO:

Ho un dubbio sull’uso di riferirsi in questa situazione comunicativa:
‚ÄúPer ogni informazione si riferisca a quanto indicato sul programma‚ÄĚ.
Può essere qui usato come sinonimo di attenersi?

 

RISPOSTA:

Qui¬†riferirsi a¬†significa ‘prendere con punto di riferimento’, non ‘riguardare, avere come argomento’ (che √® il significato pi√Ļ comune). Con questo significato, il verbo si avvicina ad¬†attenersi, ma non pu√≤ essere considerato suo sinonimo:¬†attenersi, infatti, contiene una sfumatura di precisione che non ammette deroghe assente in¬†riferirsi a.
Fabio Ruggiano

Parole chiave: Verbo
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QUESITO:

Vorrei sapere se √® possibile usare glielo¬†rivolgendosi a un gruppo di persone (solo maschi, solo femmine o a composizione mista): “Non appena lo avr√≤ saputo, glielo riferir√≤”.

 

RISPOSTA:

Nell’esempio riportato, glielo √® corretto e pu√≤ essere usato per riferirsi a una donna o a un uomo. Ci√≤ √® possibile perch√© quando due pronomi complemento deboli sono usati in coppia il primo cambia forma: cos√¨ avviene, per esempio, per mi che diventa me (“Mi presti il libro?” > “Me lo presti?”), per ti che diventa te (“Ti presto il libro” > “Te lo presto”) e per gli e le che si trasformano in glie invariabile (“Presto il libro a Fabio/Maria” > “Glielo presto)”.
√ą bene specificare che in passato l’uso della forma pronominale atona gli in funzione di complemento di termine per loro, a loro non era accettata; adesso, invece, √® da ritenersi una forma senz’altro corretta in quasi tutti i livelli della lingua (tranne che nel caso, forse, di registri altamente formali, dove √® consigliabile l’uso di loro al posto di gli). Per questo motivo, una frase come “Ho detto a Maria e Fabio che glielo presto” pu√≤ essere considerata corretta.
Raphael Merida

Parole chiave: Pronome
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Categorie: Sintassi

QUESITO:

Perch√© nella frase “Molti trovano che Steve Jobs sia stato un genio”,¬†un genio¬†√® complemento predicativo dell’oggetto? Lo capirei se ci fosse scritto “Molti ritengono Steve Jobs un genio”.
Riesco a fare l’analisi del periodo ma quando provo a fare l’analisi logica non mi ritrovo pi√Ļ:
Molti: sogg.
trovano: p. verbale
Steve Jobs: c. ogg.
che (il quale): sogg.
sia stato: copula
un genio: c. pred. del soggetto
Evidentemente così non va.

 

RISPOSTA:

L’analisi logica si applica alle frasi semplici. Nella frase da lei proposta, invece, ci sono due proposizioni legate da un rapporto di subordinazione. A causa di questo rapporto specifico, di tipo completivo, il soggetto della proposizione subordinata (Steve Jobs) √® nello stesso tempo il complemento oggetto “logico” del verbo della proposizione reggente, tanto che lei stesso ha riformulato la frase trasformando la subordinata oggettiva in un complemento oggetto seguito da un complemento predicativo dell’oggetto. La frase, insomma, non pu√≤ essere analizzata con gli strumenti dell’analisi logica senza incappare in questo dilemma.
Va sottolineato, per chiarezza, che nella frase “Molti trovano che Steve Jobs sia stato un genio”¬†che¬†non √® un pronome relativo (come √® indicato nella sua analisi, effettivamente impossibile), ma √® una congiunzione che introduce la proposizione oggettiva.
Fabio Ruggiano

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QUESITO:

Come si svolge l’analisi logica di una frase come “Eccolo!”?
Da qui la mia domanda: si pu√≤ svolgere l’analisi logica di una frase nominale, visto che manca il predicato? Nell’esempio citato, bisogna considerare sottinteso un predicato? Come si pu√≤ analizzare (se si pu√≤)?

 

RISPOSTA:

L’analisi logica √® una procedura con molti limiti. Gi√† nelle frasi standard produce a volte risultati insoddisfacenti (per esempio nella classificazione degli oggetti obliqui, come in¬†obbedire¬†alle leggi); si rivela, inoltre, inadeguata, e persino inutilizzabile, per capire la struttura degli enunciati che infrangono le regole sintattiche standard, come le frasi marcate (per esempio quelle¬†dislocate) o le frasi nominali. Bisogna ammettere, comunque, che anche gli altri tipi di analisi sintattica (la grammatica valenziale e quella trasformazionale, per esempio) non sono attrezzati per spiegare la struttura degli enunciati sintatticamente imperfetti. Gli enunciati, √® bene ricordare, sono costruzioni linguistiche legittimate dalla situazione in cui vengono realizzate; a volte coincidono con frasi standard (e in questi casi possono essere analizzati con le categorie dell’analisi logica), altre volte sfuggono alle regole della sintassi standard. Eccolo¬†√® un esempio di enunciato sintatticamente imperfetto ma comunicativamente funzionale: potrebbe essere usato in risposta a una domanda banale come “Dov’√® il telecomando?” eppure manca dell’elemento imprescindibile per la sintassi: il verbo. N√© c’√® modo di riconoscere accanto a¬†Eccolo¬†un verbo sottinteso, rispetto al quale individuare il soggetto. Costruzioni come questa, o¬†Bravo!,¬†Forza!, Su, coraggio e simili, sono opache agli occhi dell’analisi logica.
Fabio Ruggiano

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Categorie: Semantica, Sintassi

QUESITO:

Vorrei capire in quali situazioni è obbligatorio affiancare il congiuntivo imperfetto al condizionale presente, come nel caso di un periodo ipotetico.
Queste due frasi rischiano di essere avvertite come errate per il semplice fatto che si è abituati ad associare il condizionale al congiuntivo imperfetto, e ciò a volte manda in confusione anche me:
“Non potrei stabilire se l‚Äôabbia fatto un bambino o un adulto”.
“Vorrei che venga espulsa” (In questo caso il condizionale √® una forma ingentilita del presente).

 

RISPOSTA:

Nel quadro della consecutio temporum, il condizionale presente richiede gli stessi tempi del congiuntivo richiesti dall’indicativo presente. Per esempio, quindi, immagino che venga = immaginerei che venga (contemporaneità); immagino che venisse / sia venuto / fosse venuto = immaginerei che lui venisse / sia venuto / fosse venuto (anteriorità). A questa regola si sottraggono i verbi di volontà, desiderio, opportunità (come volere, desiderare, pretendere, essere conveniente e simili), che instaurano il rapporto di contemporaneità con il congiuntivo non presente, ma imperfetto (probabilmente perché sono influenzati dal modello del periodo ipotetico del secon